La sentenza statunitense riconosce al brand fashion di lusso più di 42 milioni di dollari di danni. MarkMonitor®, azienda specializzata nella protezione del brand e parte della divisione Intellectual Property & Science di Thomson Reuters, oggi annuncia che uno dei suoi clienti di alto profilo, il brand fashion di lusso Belstaff, ha vinto la battaglia legale in corso contro i contraffattori online. A seguito della causa civile discussa nei tribunali americani, i giudici hanno imposto ai falsari un risarcimento di più di 42 milioni di dollari di danni che farà da precedente per i casi di contraffazione, riportando un numero senza precedenti di siti web illegali, 676 in totale, ceduti a Belstaff.
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Azione legale di Belstaff chiude centinaia di siti web con prodotti falsi
La sentenza statunitense riconosce al brand fashion di lusso più di 42 milioni di dollari di danni. MarkMonitor®, azienda specializzata nella protezione del brand e parte della divisione Intellectual Property & Science di Thomson Reuters, oggi annuncia che uno dei suoi clienti di alto profilo, il brand fashion di lusso Belstaff, ha vinto la battaglia legale in corso contro i contraffattori online. A seguito della causa civile discussa nei tribunali americani, i giudici hanno imposto ai falsari un risarcimento di più di 42 milioni di dollari di danni che farà da precedente per i casi di contraffazione, riportando un numero senza precedenti di siti web illegali, 676 in totale, ceduti a Belstaff.
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Ue, Google deve rimuovere link su richiesta e rispettare diritto a oblio
Google è responsabile dei risultati di altri siti prodotti da una ricerca sul suo motore. A sancirlo è una sentenza della Corte europea, la più alta istituzione in materia di giustizia in Europa, che ritiene "il gestore di un motore di ricerca su Internet responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine Web pubblicate da terzi". Questo significa che se un qualsiasi utente ritiene le informazioni prodotte dalla ricerca lesive della propria privacy può rivalersi su Google e chiedere la rimozione di quel link.
ITC, Apple viola un brevetto Samsung su vecchi iPhone e iPad AT&T
L'International Trade Commission Usa (USITC, o semplicemente ITC) ha appena ordinato un divieto di importazione negli Stati Uniti dei vecchi iPhone e iPad venduti da AT&T che hanno violato un brevetto standard-esential patent (SEP) affermato da Samsung, US Patent No. 7.706.348 su un "apparato e metodo per la codifica/ decodifica dell'indicatore di combinazione del formato di trasporto nel sistema di comunicazione mobile CDMA". Si tratta di una vittoria in parte simbolica, dato che i prodotti in questione non hanno pressochè più mercato in Usa.
iPhone e iPad più recenti con chip Qualcomm (a partire dall'iPhone 4S) non sono influenzati, limitando il potenziale impatto di questa decisione sui ricavi di Apple, mentre l'azienda dovrà sospendere le vendite degli iPhone più vecchi, iPad 3G e iPad 2 3G. Formalmente la decisione riguarda solo le versioni dei prodotti più vecchi di AT&T, il principale rivenditore di prodotti Apple negli Usa, ma Samsung è riservata il diritto di lamentare la violazione di prodotti Apple in esecuzione su altre reti (a meno che non sono dotati di chip baseband Qualcomm).
La decisione conclude l'indagine sulla denuncia presentata da Samsung contro Apple. L'ordine di esclusione (divieto di importazione) entrerà in vigore, salvo il veto della Casa Bianca dopo il periodo di revisione presidenziale: Barack Obama, avrà a disposizione 60 giorni. Se al termine non porrà il veto, il provvedimento andrà va in vigore. Apple farà appello contro la sentenza alla Corte d'Appello degli Stati Uniti per il circuito federale e ha detto in una dichiarazione che non c'è alcun impatto (per il momento) sulla disponibilità di iPhone e iPad nel mercato statunitense.
"Siamo delusi che la commissione ha ribaltato una precedente sentenza e abbiamo intenzione di presentare ricorso. La decisione di oggi non ha alcun impatto sulla disponibilità dei prodotti Apple negli Stati Uniti", ha detto il portavoce di Apple Kristin Huguet. Samsung da parte sua ha detto che la decisione dell'ITC "ha confermato la questione free-riding di Apple sulle innovazioni tecnologiche di Samsung. I nostri decenni di ricerca e sviluppo nelle tecnologie mobile continueranno e continueremo ad offrire prodotti innovativi ai consumatori negli Stati Uniti".
Progettato per essere un pannello di commercio, l'ITC è diventato un luogo popolare per le cause brevettuali perché agisce in modo relativamente rapido e può ordinare i divieti di importazione, che sono più difficili da ottenere dai tribunali distrettuali. Prima della decisione odierna dell'ITC Samsung ha vinto a settembre un paio di sentenze d'infrazione nei confronti di Apple nel proprio paese, la Corea del Sud. Apple ha violato un brevetto che riguarda la tecnologia wireless 3G e la possibilità di trasmettere contemporaneamente e correttamente più servizi.
Progettato per essere un pannello di commercio, l'ITC è diventato un luogo popolare per le cause brevettuali perché agisce in modo relativamente rapido e può ordinare i divieti di importazione, che sono più difficili da ottenere dai tribunali distrettuali. Prima della decisione odierna dell'ITC Samsung ha vinto a settembre un paio di sentenze d'infrazione nei confronti di Apple nel proprio paese, la Corea del Sud. Apple ha violato un brevetto che riguarda la tecnologia wireless 3G e la possibilità di trasmettere contemporaneamente e correttamente più servizi.
Cassazione: è reato spacciarsi per altri in chat, anche con nickname
Va incontro a una condanna chi si spaccia per un'altra persona nelle chat. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato la condanna di una donna che aveva divulgato su una chat il numero di telefono cellulare della sua ex datrice di lavoro, con la quale aveva in corso una causa civile. La "vittima", ignara di tutto, si era trovata all'improvviso a ricevere telefonate e sms di persone interessate a incontri erotici, alcune delle quali l'avevano apostrofata con insulti, inviandole anche mms con immagini porno.
L'imputata era stata ritenuta responsabile dalla Corte d'appello di Trieste dei reati di ingiuria e sostituzione di persona, mentre era stato dichiarato prescritto il reato di molestie. La quinta sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso della donna, ricordando che «integra il reato di sostituzione di persona la condotta di colui che crei e utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete Internet, nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese».
Nel caso in esame, si legge nella sentenza, «l'imputata non ha creato un account attribuendosi falsamente le generalità di un altro soggetto, ma ha inserito in una chat di incontri personali i dati identificativi» della ex datrice di lavoro «ad insaputa di quest'ultima». Invero, aggiungono i giudici di "Palazzaccio", «non può non rilevarsi al riguardo che il reato di sostituzione di persona ricorre non solo quando si sostituisce illegittimamente la propria all'altrui persona, ma anche quando si attribuisce ad altri un falso nome o un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, dovendosi intendere per "nome" non solo il nome di battesimo ma anche tutti i contrassegni di identità».
In tali contrassegni, spiega la Suprema Corte, «vanno ricompresi quelli, come i cosiddetti "nicknames" (soprannomi) utilizzati nelle comunicazioni via internet che attribuiscono una identità sicuramente virtuale, in quanto destinata a valere nello spazio telematico del web, la quale tuttavia non per questo è priva di una dimensione concreta, non essendo revocabile in dubbio che proprio attraverso di essi possono avvenire comunicazioni in rete idonee a produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui, cioè di coloro ai quali il "nickname" è attribuito».
Il "nickname", nel caso in cui «non vi siano dubbi sulla sua riconducibilità ad una persona fisica», assume infatti «lo stesso valore - conclude la Cassazione - dello pseudonimo ovvero di un nome di fantasia, la cui attribuzione, a sè o ad altri, integra pacificamente il delitto di cui all'articolo 494 cp.», ovvero il reato di sostituzione di persona. La Cassazione amplia così la portata dell'articolo 494, adeguandolo ai cambiamenti imposti dalla tecnologia. In passato (sentenza 12479/2011) la Suprema Corte aveva chiarito che la sostituzione di persona scattava con la creazione di un account di posta elettronica.
Via: AGI
Amazon batte Apple in tribunale: termine App Store non è ingannevole
Amazon batte Apple in tribunale: il giudice della corte distrettuale di San Francisco, Phyllis Hamilton, ha infatti archiviato le accuse di pubblicità sleale avanzate di Cupertino nei confronti di Amazon per l'uso del termine "App Store" per il software dei dispositivi Android. La sentenza di primo grado è un precedente che potrebbe mettere a rischio la proprietà intellettuale di tale termine.
Sisma Abruzzo, Ingv: così gli scienziati non daranno più una opinione
La sentenza con la quale sono stati condannati all’Aquila i componenti della Commissione Grandi Rischi, tra cui il vice capo dipartimento della protezione civile, il direttore dell’ufficio rischio sismico della protezione civile e il direttore pro-tempore del centro nazionale terremoti dell’Ingv, “costituisce un precedente, in grado di condizionare in modo determinante il rapporto tra esperti scientifici e decisori,non solo nel nostro Paese”.
Lo sottolinea in una nota lo stesso istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che esprime “tutto il suo rammarico e la sua preoccupazione” per la sentenza di primo grado e sottolinea che il pensiero “va ancora una volta alle vittime del terremoto e ai loro parenti: sappiamo che nessuna sentenza potrà mai ricompensare gli affetti perduti”.
Secondo l’Ingv la sentenza di condanna di L’Aquila rischia, infatti, “di compromettere il diritto/dovere degli scienziati di partecipare al dialogo pubblico tramite la comunicazione dei risultati delle proprie ricerche al di fuori delle sedi scientifiche, nel timore di subire una condanna penale. Quale scienziato - si chiedono - vorrà esprimere la propria opinione sapendo di poter finire in carcere?”.
“Da oggi - spiega l’istituto - sarà molto difficile comparire in pubblico a parlare dell’attività sismica in atto in Italia, con la possibilità che i ricercatori possano essere denunciati per qualche omissione o per procurato allarme”. “Siamo particolarmente colpiti dalla sentenza de L’Aquila - proseguono i ricercatori - perché rischia di minare uno dei cardini della ricerca scientifica: quello della libertà d’indagine, di discussione aperta e trasparente e di condivisione dei risultati, fattori imprescindibili del progresso scientifico”.
“Condannare la scienza - aggiungono - significa lasciare il campo libero a predicatori che millantano di sapere prevedere i terremoti, rinunciando di fatto al contributo di autorevoli scienziati. Sebbene sia un colpo molto duro, l’Ingv continuerà il suo lavoro di ricerca con il massimo impegno e rafforzerà la sua presenza nella società per un’opera di corretta informazione ed educazione”. Perché, ribadisce l’Ingv, i terremoti, allo stato attuale, non si possono prevedere.
Fonte: Ingv
Via: La Stampa
Cassazione: cellulare 6 ore al dì per 12 anni, ok a invalidità da tumore
La Corte di Cassazione ha convalidato una pensione di invalidità all'80% ad un ex manager bresciano che per circa dodici anni aveva utilizzato il cellulare dell'ufficio per una media di 5/6 ore al giorno fino a quando nel 2002 gli venne diagnosticato un "neurinoma del Ganglio di Gasser", cioè un tumore benigno al trigemino sinistro - nervo misto somatico costituito prevalentemente da fibre sensitive somatiche e da un piccolo contingente di fibre motorie.
Secondo la sezione Lavoro (sentenza n. 17438 redatta da Gianfranco Bandini), l'Inail dovrà risarcire Innocente M. perché, nonostante la "situazione del tutto particolare", si è verificata "un'esposizione alle radiofrequenze per un lasso temporale continuativo molto lungo (circa 12 anni), per una media giornaliera di 5-6 ore e concentrata principalmente sull'orecchio sinistro dell'assicurato che, com'è di piana evidenza, concretizza una situazione affatto diversa da un normale uso non professionale del telefono cellulare".
A dare ragione all'ex manager, una consulenza medico legale che aveva tenuto conto di 679 casi che in un anno si sono verificati nel nostro Paese. La Ctu viene definita dalla Cassazione di "maggiore attendibilità vista la posizione di indipendenza di tali studi, per non essere stati cofinanziati, a differenza di altri, anche dalle stesse ditte produttrici di cellulari".
Inutilmente l'Inail ha tentato di ribaltare la decisione della Corte d'appello di Brescia del 2009. Nel dettaglio, piazza Cavour spiega che "nel caso di malattia professionale non tabellata, la prova della causa di lavoro, che grava sul lavoratore, deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'origine professionale, questa può invece essere ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità".
Per il Codacons si tratta di una ''sentenza molto importante e innovativa che apre la strada ai risarcimenti. Si tratta, infatti, di un verdetto che stabilisce un rapporto diretto tra uso del telefonino e insorgenze dei tumori.
Se ci sono, quindi, consumatori che usano per molte ore al giorno il telefonino e ritengono che ci possa essere un collegamento con la malattia contratta, ora hanno la possibilità di intraprendere un'azione legale".
Ma Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, all'Adnkronos Salute spiega che "allo stato attuale non ci sono ragioni per dire che ci sia un rapporto diretto causa-effetto tra telefoni cellulari e tumori. Alcuni dati sono stati contraddittori, è vero, ma gli ultimi lavori scientifici vanno nella direzione contraria rispetto a quella di un rapporto diretto".
"Le risultanze dello studio di un'agenzia dell'Organizzazione mondiale della sanità", che parlavano di possibili rischi legati alle radiofrequenze dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless, "sono in seguito state smentite da altri lavori. Insomma, dal punto di vista strettamente scientifico, allo stato attuale non ci sono evidenze che l'uso del telefonino dia luogo al tumore". Dunque "nel dubbio, evidentemente la Corte ha preso una decisione a favore del malato".
Cassazione, stop a catene di Sant'Antonio e siti Web esca: sono fuorilegge
Al bando i siti Web senza propositi di commercio, ovvero i cosiddetti "siti esca". Per la Corte di Cassazione la famigerata Catena di Sant'Antonio, il veicolo più classico per attrarre soggetti facendo leva sulla sensibilità o sull'avidità degli stessi, allo scopo di incrementare la platea di riferimento per un dato servizio, è da ritenersi "fuorilegge".
La formula delle catene di Sant'Antonio è un fenomeno esploso sul web negli anni e sfrutta il "Phishing" per diffondere false promozioni e falsi servizi. Una decisione che rischia di far partire innumerevoli cause contro quelle aziende che usano i multilevel marketing per incrementare la loro rete di introiti.
L'individuo che collabora con un'azienda che distribuisce i suoi prodotti attraverso un sistema di Network Marketing è da considerarsi un imprenditore indipendente. Come tale, non è normalmente subordinato da obblighi di fatturato né da soglie massime di reddito.
La legislazione italiana non definisce esplicitamente il multilevel marketing (MLM), pone invece norme volte ad evitare strutture piramidali o catene di Sant'Antonio, già regolate dalla legge 173 del 2005. Nella fattispecie, la Suprema Corte ha confermato la sentenza 37049/2012 impugnata dagli imputati.
In alcuni casi le catene di sant'Antonio, che chiedono di inoltrare il messaggio ad un particolare indirizzo sono utilizzate per alimentare il fenomeno illegale dello spam. Avviando una catena di questo tipo, lo spammer potrà estrarre (con l'utilizzo di appositi software) un gran numero di indirizzi e-mail validi, da rivendere a caro prezzo.
Questi dati verranno utilizzati per l'invio di messaggi indesiderati pubblicitari o truffaldini. Una variante più moderna della catena di Sant'Antonio è lo schema di Ponzi. Questi sistemi in Italia sono illegali, trattandosi di movimenti di denaro per i quali non esiste modalità di dichiarazione.
L'MLM è un metodo di distribuzione di prodotti e servizi che ha la finalità di permettere a chiunque di diventare un distributore e di creare una rete di distributori senza consistenti investimenti in denaro. Come tale, non è normalmente subordinato da obblighi di fatturato né da soglie massime di reddito.
Fonte: AGI
Via: Leggi Oggi
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Brevetti, Samsung contrattacca e denuncia Apple: iPhone 5 viola 8 brevetti
Samsung ha deciso di portare Apple davanti al giudice, ancora una volta per la violazione di alcuni brevetti FOSS. Solamente un mese fa il tribunale di San Josè in California nella persona del giudice Lucy Koh, ha espresso una sentenza a favore di Apple, che ha indicato Samsung come colpevole di una violazione sul design di iPad, molto simile al Galaxy Tab prodotto dai coreani.
In quella occasione il giudice ha imposto un risarcimento miliardario da parte di Samsung, che secondo alcune indiscrezioni avrebbe pagato letteralmente in "moneta sonante". Stavolta la partita si gioca a ruoli invertiti, ma lo sfondo è sempre quello del tribunale di San Josè in California, e l'oggetto del misfatto è proprio il nuovo iPhone 5, fresco fresco di uscita nei negozi italiani.
Per tutte e due le aziende c'è la voglia di primeggiare nel mercato degli smartphone, che vede contrapposti il nuovo iPhone 5 ed il "nuovo" Samsung Galaxy S III, che nonostante abbia caratteristiche tecniche nettamente superiori fa fatica a tenere i ritmi del dispositivo di Apple, dato che la potenza e lo stile del brand di Cupertino non ha assolutamente rivali.
Questa lotta agguerrita ha provocato numerosi procedimenti legali, soprattutto per danni di immagine e violazione dei diritti di proprietà intellettuale, ma stavolta si parla di brevetti relativi alla rete ed alcune funzioni: 2 riguarderebbero alcuni protocolli relativi alla connessione WiFi e alla rete Umts, mentre altre 6 sarebbero attribuibili ad alcune funzioni dello smartphone.
"Abbiamo sempre preferito competere sul mercato con i nostri prodotti innovativi piuttosto che tramite Tribunali. Tuttavia, Apple continua ad adottare duri provvedimenti legali che limitano la competitività. La nostra compagnia non ha avuto altra scelta se non adottare le misure necessarie a proteggere le nostre innovazioni ed i nostri diritti di proprietà intellettuale" ha dichiarato Samsung.
A fino agosto, il tribunale di Tokyo si era espresso contro la sentenza del tribunale californiano, decretando che la Samsung non ha violato alcun brevetto Apple di iPhone e iPad e pertanto non è tenuta ad alcun risarcimento nei suoi confronti. Dopo soli pochi giorni dall'uscita in Italia di iPhone 5 e una decina dall'uscita nel resto del mondo, ecco i primi guai per Apple; toccherà al giudice del tribunale californiano stabilire le reali violazioni ai danni di Samsung.
Fonte: Corriere Web
Via: Foss Patents
Tribunale Tokio boccia Apple, nessun brevetto è stato violato da Samsung
Secondo il tribunale di Tokyo la Samsung non ha violato i brevetti Apple di iPhone e iPad per i propri smartphone e tablet e pertanto non è tenuta ad alcun risarcimento nei confronti della "Mela morsicata". La guerra dei brevetti tra i colossi della tecnologia diventa anche una guerra tra le procure dei rispettivi Paesi dopo che, solo una settimana prima di questa sentenza, la corte della California ha condannato Samsung al pagamento di danni ad Apple per un totale di 1,05 miliardi di dollari, proprio per la violazioni dei brevetti di smartphone e tablet.
Apple cerca di "capitalizzare" la sentenza, puntando a mettere al bando delle vendite 8 device Samsung negli Stati Uniti. Nel respingere il ricorso di Apple, il giudice della Corte distrettuale di Tokyo Tamotsu Shoji ha detto che i prodotti di Samsung non violano la tecnologia della casa di Cupertino. Il giudice Tamotsu Shoji ha dichiarato che il responso libera lo smartphone Galaxy e un tablet dalla violazione dei brevetti del colosso di Cupertino sulle modalità di sincronizzazione dai dati musica e video verso i server.
Tuttavia, una sentenza non significa che la battaglia apparentemente senza fine sia finita, perché Apple potrebbe presentare appello contro la decisione a un tribunale superiore. La corte di Seoul ha condannato Apple e Samsung per aver violato i rispettivi brevetti, vietando infine la vendita di alcuni prodotti delle due società nel Paese. Samsung rilancia e, dall'IFA di Berlino, ha presentato una serie di nuovi prodotti, tra i quali il nuovo smartphone Galaxy Note II, che dovrebbero riportare l'attenzione dei media sulla capacità di innovazione del gruppo coreano.
Ma l'eterna querelle giudiziaria tra Samsung e Apple sta per arricchirsi di un nuovo capitolo. Questa volta è il colosso giapponese ad appellarsi ai giudici invocando una presunta violazione di brevetti sulla tecnologia 4G bloccando l'uscita del nuovo melafonino, l'iPhone 5, prevista in un keynote per il 12 settembre, basato proprio sulla tecnologia Lte, di cui Samsung detiene il 10% dei brevetti. Insomma la sfida sembra davvero infinita ma la cosa non sorprende se si considera lo scenario sullo sfondo: il mercato mondiale degli smartphone, stimato nel 2011 in oltre 200 miliardi di dollari.
Fonte: TM News
Via: Engadget
Google: sentenza Apple-Samsung non riguarda nucleo centrale di Android
Scende in campo Google dopo che il tribunale di San Josè ha condannato Samsung a pagare Apple 1,05 miliardi di dollari in danni per aver infranto alcuni dei suoi brevetti. In un comunicato il motore di ricerca, partner di Samsung, dice che "che il verdetto verrà riesaminato in appello per valutare la validità dei brevetti e la loro violazione. La maggior parte dei brevetti in discussione non riguarda il nucleo centrale di Android".
"La corte d'appello - si legge ancora in un comunicato di Mountain View riportato dall'agenzia Bloomberg - rivedrà le violazioni e la validità dei reclami sui brevetti". Gran parte di queste - continua Google - non riguardano il nucleo centrale del sistema operativo Android e sono in fase di riesame da parte dell'Ufficio Brevetti degli Stati Uniti".
"L'industria della telefonia mobile - prosegue il comunicato di Google - sta sviluppandosi velocemente e tutti gli attori in gioco si rifanno a idee che sono in circolo da decenni. Noi lavoriamo con i nostri partner per dare ai consumatori prodotti innovativi ed affidabili e non vogliamo che niente ponga dei limiti a questo".
"Questo verdetto è una grande vittoria per Apple contro l'ecosistema Android", ha detto Toni Sacconaghi , analista di Sanford C. Bernstein & Co., in un rapporto di ricerca di oggi. "Detto questo, non credo che sia un gioco che cambierà la perdita per Android". I giurati che hanno condannato Samsung, confessano di aver considerato una e-mail di Google decisiva per arrivare alla loro decisione finale.
In un'intervista di Velvin Hogan, il capo della giuria composta di nove membri, rivela che al momento di stabilire se l'infrazione di Samsung fosse "intenzionale" o meno, "sapevamo a chi rivolgerci". A questo proposito Hogan cita una e-mail di Google, l'azienda che fornisce Android, il sistema operativo degli smartphone Samsung, la quale invitava nel 2010 i sudcoreani a modificare il design dei loro prodotti, il quale era troppo simile a quello della Apple.
La vittoria di Apple contro Samsung rafforza la posizione di centralità del gruppo nell'industria wireless e potrebbe portare gli operatori e anche Google a riconsiderare le loro strategie e a rivedere i loro prodotti. Con la sentenza i nove giurati hanno lanciato il segnale che i produttori devono prestare maggiore attenzione nell'incorporare elementi base nel software e nel design dei loro dispositivi mobili.
Via: Rai News 24
Apple: coreani condannati a pagare 1,05 mld, Samsung annuncia appello
La giuria del tribunale californiano, composta da nove giurati, chiamata a decidere le sorti della causa intentata da Apple contro Samsung per violazioni di brevetti ha dato ragione al colosso di Cupertino. Il verdetto, raggiunto dopo sole 22 ore di deliberazione (non era atteso prima della settimana prossima, ma è giunto a sorpresa nella serata di venerdì), è stato letto in corte.
Sono sei i brevetti violati (erano sette quelli contestati), di cui due collegati al design delle icone (non quello del tablet), uno relativo allo zoom e due relativi allo schermo multitouch. La giuria ha inoltre stabilito che Apple ha diritto ha diritto a un risarcimento danni per 1,05 miliardi di dollari, meno della metà rispetto ai 2,5 miliardi che aveva chiesto alla rivale sudcoreana.
Sul fronte del software, i brevetti infranti da Samsung secondo i giudici sono tre e riguardano l'effetto di bounce-back, ovvero di rimbalzo dell'interfaccia grafica di iPhone e iPad (su tutti i modelli denunciati da Apple), il pinch and zoom (con alcune eccezioni di modelli di smartphone), e il tap to zoom, cioè a dire la funzione iOS che ingrandisce le immagini con un semplice tocco.
Samsung è stata inoltre riconosciuta colpevole di aver copiato il design dell'iPhone e dell'iPad: dallo schermo agli altoparlanti, dagli angoli arrotondati del dispositivo alla sistemazione delle icone, fatta eccezione per il Galaxy, "che non ha niente in comune" con il tablet di Cupertino. Totalmente respinta la controcausa di Samsung che reclamava danni per 422 milioni di dollari.
Poco prima della lettura del verdetto il giudice Lucy Koh si era riservata di esaminare il documento della giuria a causa di alcune discrepanze. La giuria ha inoltre stabilito che Apple non ha violato nessuno dei brevetti di Samsung, compreso quello sulla trasmissione di dati high speed. Nel mirino della Apple potrebbero ora finire le aziende che utilizzano il sistema operativo di Google, Android.
"La corte ha indicato con chiarezza che rubare è reato. Facciamo questi prodotti per la gioia dei nostri consumatori e non perchè vengano copiati dai nostri competitor ", è stato il commento in una nota di Apple. Secondo Samsung, il verdetto comporta "un danno per i consumatori americani che avranno meno possibilità di scelta", ha osservato la portavoce Mira Jang.
La Samsung ha annunciato che presenterà appello contro la sentenza "Presenteremo subito alcune mozioni per ottenere un rovesciamento del verdetto e se non saranno accolte presenteremo ricorso alla Corte d'Appello", si legge in un nota del gruppo sudcoreano. Nei prossimi sette giorni la Apple pensa di ricorrere di nuovo in Tribunale per vietare la vendita di prodotti Samsung negli Usa.
Fonte: Rai News 24
Via: TM News
Foto brevetti: Reuters
Samsung, nuova sentenza vieta la vendita del Galaxy Tab 7.7 in Europa
Una sentenza della Corte d'appello di Dusseldorf in Germania, apre una nuova pagina della saga legale in corso tra Apple e Samsung. La corte tedesca, infatti, ha vietato la vendita in Europa del tablet Samsung Galaxy da 7,7 pollici, per i giudici troppo simile al design brevettato da Apple. La casa sudcoreana si può consolare solo in parte con la seconda parte della sentenza, che invece riconosce la legittimità del modello Galaxy 10.1 N, il successore per il mercato tedesco del 10.1, vietato da una sentenza precedente.
Il Galaxy 10.1 potrà dunque continuare a essere venduto sul mercato tedesco come nel resto d'Europa "perché sufficientemente diverso dall'iPad di Apple", hanno stabilito i giudici di Dusseldorf. "Samsung è insoddisfatta della sentenza del tribunale - ha dichiarato a The Next Web la casa coreana - Continueremo a intraprendere tutte le misure disponibili, comprese le azioni legali, per proteggere i nostri diritti di proprietà intellettuale e difenderci dalle rivendicazioni di Apple per garantire che i nostri prodotti rimangano disponibili per i consumatori in tutta l'Unione Europea".
Per quanto riguarda invece il via libera al Galaxy Tab 10.1, Samsung accoglie con favore la decisione del tribunale e dichiara "che le rivendicazioni di Apple a partire da brevetti generici rischiano di limitare le innovazioni e i progressi dell'industria". Lo scontro in aula più atteso tra Apple e Samsung è quello programmato in Usaper il 30 luglio a San Jose. Per quel giorno è infatti attesa la sentenza del tribunale californiano sul ricorso di Apple che chiede di bloccare la vendita del Samsung Galaxy SIII negli Stati Uniti.
La mossa di Apple giunge dopo il fallimento delle trattative private tra le due società, sulla base delle accuse di plagio di diverse funzioni dell’iPhone, che il dispositivo di Samsung avrebbe copiato da Apple. Samsung sembra decisa a lanciare il proprio prodotto negli Stati Uniti nei tempi previsti, ma dovrà anche decidere, dopo il processo decisivo, se cambiare il design della sua linea di Galaxy Tab al fine di evitare ulteriori violazioni. Sono una trentina in giro per il mondo le cause per violazione di brevetto avviate in 10 paesi da Apple o Samsung.
Fonte: Foss Patents
Via: Corriere delle Comunicazioni
Sentenza UK: Galaxy Tab non cool come iPad, quindi non viola design
Non c’é rischio di confondere un Galaxy Tab con un iPad, perché non è “abbastanza cool”. Con questa motivazione un giudice inglese ha dato ragione alla Samsung contro la Apple in una causa per violazione della proprietà intellettuale. I tablet sudcoreani “non hanno la stessa raffinata ed estrema semplicità che è propria del design” registrato da Cupertino, ha sancito il magistrato dell’Alta corte Colin Birss. Ora la società fondata da Steve Jobs ha 21 giorni per presentare ricorso.
E’ un “pareggio” amaro quello ottenuto dalla Samsung dopo la sentenza della Corte d’appello federale della California, che la settimana ha scorsa ha confermato il divieto temporaneo della vendita negli Stati Uniti del suo ultimo tablet per l’infrazione di alcuni brevetti dell’iPad. “Se la Apple continuasse a presentare denunce eccessive in altri paesi basate su un progetti così generici, l’innovazione del settore potrebbe essere danneggiata e la possibilità di scelta dei consumatori indebitamente limitata”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda a Bloomberg.
Cupertino ha parlato invece di una “copiatura spudorata” da parte della concorrente. “Non è una coincidenza se gli ultimi prodotti della Samsung somigliano tanto ad iPhone e iPad, nella forma dell’hardware, nell’interfaccia per gli utenti e persino nella confezione”, hanno detto dalla Apple. La battaglia legale continua con cause pendenti tra i due giganti delle telecomunicazioni in circa dieci paesi. Nello scontro in Gran Bretagna si sono rivelati decisivi lo spessore dei tablet Samsung, circa la metà di quello dei concorrenti americani e la presenza di “insoliti dettagli” sul retro.
Negli Stati Uniti, invece, avevano avuto la meglio le prove che Samsung avesse modificato il suo prodotto per renderlo più simile a quello della Apple raccolte dal Tribunale distrettuale del Nord della California. Apple ha venduto nel primo trimestre 2012 13,6 milioni di iPad secondo le rilevazioni DisplaySearch e controlla il 63% del mercato. Samsung è il suo rivale più temibile con circa 1,6 milioni di tablet venduti e una quota del 7.5%. Oltre a essere una concorrente, la società coreana è ancora uno dei principali fornitori di componenti della Mela morsicata, nonostante con l’intensificarsi degli scontri legali la Apple abbia cercato di diversificare i suoi partner commerciali.
Via: Bloomberg
Street View, sentenza in Svizzera: Google può non sfumare volti e targhe
In Svizzera vittoria di Google Street View sul fronte della privacy. La Corte Suprema di Losanna, infatti, ha capovolto in parte una sentenza che avrebbe obbligato Google a garantire l'anonimato completo alle persone che appaiono nel servizio Street View. Il tribunale federale elvetico ha stabilito che l'oscuramento attuato dal popolare motore di ricerca su visi e targhe può consentire un margine di errore dell'1%.
Dal provvedimento vengono escluse le aree particolarmente sensibili come scuole, ospedali e tribunali, dove il colore della pelle e gli indumenti devono essere oscurati. La Corte Suprema ha comunque ribadito il verdetto della Corte federale amministrativa svizzera, che l'anno scorso ha ordinato a Google di non pubblicare fotografie di giardini privati scattate a quote superiori ai 2 metri di altezza.
Google ha accolto con entusiasmo la decisione del massimo tribunale elvetico, ma non ha specificato se ritirerà la minaccia di rimuovere tutte le immagini della Svizzera da Street View, annunciata in passato in segno di protesta. "Ora aspettiamo di vedere nel dettaglio la sentenza, poi parleremo con il commissario federale di protezione dei dati per esaminare quali sono le opzioni disponibili", ha detto Daniel Schoenberger, capo legale di Google per la Svizzera.
Il Watchdog della privacy Svizzera avrebbe voluto una garanzia assoluta di anonimato in Street View. In passato il commissario alla protezione dei dati Hanspeter Thür ha usato proprio Street View per evidenziare quei casi in cui il software non oscura volti di adulti e bambini in pubblico. Google ha dovuto affrontare problemi di privacy in molti dei paesi, come la Germania, dove i residenti possono richiedere che gli interi edifici possano essere offuscati.
Via: La Repubblica
Mediaset: Tribunale Roma accoglie ricorso su dominio Mediaset.com
Inibizione all'uso del nome e del dominio 'Mediaset.com' e 1.000 euro di penale per ogni giorno di ritardo nell'esecuzione del provvedimento. La nona sezione del Tribunale Civile di Roma ha accolto il ricorso 1193/12 di Mediaset - annuncia l'azienda in una nota - nei confronti della società Fenicius Llc imponendole di cessare l'uso del dominio la cui acquisizione, come dimostrato nel ricorso, "è stata compiuta con finalità di agganciamento del noto marchio Mediaset". Il biscione pone rimedio così alla dimenticanza che ha originato il disguido nelle settimane scorse.
"Ma l'episodio, come è evidente - commenta Cologno Monzese - non riguarda solo Mediaset e apre una riflessione più generale sul tema della tutela del copyright. La nostra società ha infatti deciso di concentrare la propria attività online sul dominio Mediaset.it, porta d'accesso a tutti i contenuti internet del Gruppo. Una scelta orientata alla comodità per gli utenti, alla chiarezza informativa e all'affermazione del carattere italiano della società. Per quanto ci riguarda, ogni altra estensione di dominio legato al nome Mediaset potrebbe non esistere, in quanto unici proprietari del copyright sul brand".
"Viceversa, sono spuntate figure specializzate nell'acquisizione delle numerosissime estensioni relative a marchi affermati, da .com a .xxx. Centinaia e centinaia di domini fittizi che le società originarie dovrebbero quindi registrare e depositare. In alcuni casi, pochissimi, si tratta di effettive omonimie che possono generare dispute comprensibili. Nella grande maggioranza, si tratta invece di operazioni architettate da professionisti che hanno l'obiettivo di rivendere il dominio ai legittimi proprietari a prezzi fuori mercato".
"In questo caso, il ricorso immediato di Mediaset alla giustizia ordinaria ha prodotto i risultati attesi. Ma ciò non toglie che la materia sia diventata un'autentica giungla da disboscare. La strada giudiziaria - conclude Mediaset - non può essere la soluzione: richiede alle aziende investimenti economici e intellettuali e contribuisce a intasare la giustizia civile. Ormai il problema ci sembra urgente e lo segnaliamo alle autorità competenti". Resta da capire se la sentenza verrà riconosciuta anche negli Usa.
Fonte: Mediaset
Cassazione, datore lavoro tutela immagine: legittimo controllo e-mail
La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un ex dirigente della Bipop Carire, ora incorporata in Unicredit, contro il licenziamento in tronco inflittogli nel 2004 per insider trading. L'illecito fu scoperto dall'azienda attuando un controllo sulla mail aziendale del dipendente, un tipo di sorveglianza non consentita dallo Statuto dei lavoratori. Il provvedimento conferma le decisioni sia di primo grado che della Corte d'Appello. La Cassazione ha emesso una sentenza in controtendenza rispetto alla comune prassi regolata dallo Statuto dei lavoratori stabilendo che il datore di lavoro, quando in gioco c'è l'immagine della sua impresa e il proprio patrimonio aziendale, può controllare la posta elettronica dei dipendenti per accertare comportamenti scorretti, come nel caso dell'insider trading. Secondo la Corte d'Appello di Brescia, il comportamento del manager era stato di "indubbia gravità e particolarmente lesivo dell'elemento fiduciario, in quanto il suo comportamento nasceva da un abuso della sua elevata posizione professionale". Il dirigente ha presentato ricorso in Cassazione appellandosi alla presunta violazione dell'art.4 dello Statuto dei lavoratori, il quale ritiene illeciti i controlli effettuati sulle caselle di posta elettronica. La Suprema Corte, però, ha confermato la precedente sentenza e confermato in via definitiva il provvedimento motivando la decisione con "il datore di lavoro ha posto in essere un'attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali che prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed era, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati) dagli stessi posti in essere". Insider trading è un termine che la maggior parte degli investitori hanno sentito e di solito associato con comportamenti illeciti. Ma il termine comprende in realtà un comportamento sia legale che illegale.
Fonte: TG Com
Street View assolto in Germania, la privacy non è uguale per tutti
Mentre Parigi condanna Google a pagare 100mila euro perché le Google Car violano la privacy dei francesi, Berlino approva le inquadrature a 360°, a patto che la società rispetti la volontà dei cittadini di "offuscare" le immagini che inquadrano auto, abitazioni, persone.
La Corte Suprema di Berlino ha infatti sentenziato la legalità del servizio di Google Street View, quello che mostra le immagini delle città e dei luoghi associati alle carte topografiche di Google Maps, e che in Germania era stato oggetto di accuse e denunce soprattutto riguardo al tema della violazione della privacy. La Corte ha giudicato sulla denuncia di una cittadina tedesca che non voleva che le proprie immagini comparissero online su Street View, sancendo che ottenere foto dal livello stradale e metterle su internet non viola nessuna legge tedesca.
Le foto di Street View sono spesso ottenute da altezze di alcuni metri, grazie ad apparecchiature che elevano le telecamere, ma questo non è sembrato rilevante alla Corte, che ha anche tenuto conto del fatto che le immagini delle persone vengono sfocate e che ai cittadini tedeschi è permesso di chiedere di avere le proprie immagini rimosse (secondo Google questa richiesta sarebbe stata fatta finora da 244 mila tedeschi in 20 città, meno del 3% degli abitanti delle zone coperte).
Esperti legali europei hanno definito la sentenza di Berlino una "decisione storica", dicendo che questo diventerà parte della giurisprudenza tedesca in materia dei diritti di proprietà. "Sì, gli altri sono ora avvisati: non citare in giudizio Google semplicemente sostenendo che Google Street View viola la personalità [o] i diritti di proprietà", ha scritto Thomas Hören, professore di diritto dei media e della comunicazione presso l'Università di Münster, in una e- mail inviata alla Deutsche Welle.
Ma, ha anche avvertito che questa decisione è stata molto stretta, con particolare attenzione alla questione dei diritti di proprietà, e non su più ampie questioni di protezione dei dati da parte di Google. "Il problema di Google Street View - per essere onesti - non è mai stato un problema di diritti della personalità o diritti di proprietà, ma il rischio enorme di compilazioni di dati personali nei casi in cui le persone usano Google Street View per la compilazione di profili personali (come la costruzione di compagnie di assicurazione, futuri dipendenti, eccetera)", ha aggiunto.
"E questo rischio non è stato considerato dai giudici a Berlino". Allo stesso modo, Viktor Mayer-Schönberger, professore presso l'Oxford Internet Institute, hanno convenuto che questo caso è stato "limitato", aggiungendo in una e-mail, "L'attore non è mai una effettiva presunta invasione della privacy, ma solo una potenziale".
Quattro mesi di carcere per aver postato la foto nuda della ex su Facebook
E' successo in Nuova Zelanda a un giovane, di professione pittore, di 20 anni. Lui si è giustificato affermando che lo aveva fatto in un attacco di gelosia sotto i fumi dell'alcol, ma le motivazioni non hanno convinto il giudice che lo ha così condannato. Si tratta della prima emessa per aver pubblicato su un social network contenuti che possono violare il diritto all'onore e all'immagine. I principali reati sono stati commessi lo scorso 23 luglio. Quel giorno il giovane Ashby, dopo un litigio con la fidanzata, ha postato sulla pagina Facebook di quest’ultima la foto senza veli. In un primo momento l’immagine poteva essere vista «solo» dai 218 amici della ragazza. Ma più tardi, il giovane, dopo aver cambiato la password dell'account della vittima, ha reso il suo profilo visibile a tutti. Solo 12 ore dopo essere stata postata, la foto è stata rimossa. Sulla bacheca della ragazza poi il pittore ha anche postato messaggi di morte. Tra questi uno recitava: «Ho intenzione di ucciderti». In un altro il pittore definiva la fidanzata una «sporca sgualdrina». Dopo la lettura della sentenza Ashby si è coperto il volto con un pezzo di carta per evitare che i fotografi immortalassero il suo viso, ma il giudice Andrew Becroft gli ha chiesto di non nascondere il volto perché «vi era una certa simmetria tra quello che stava subendo e ciò che aveva fatto alla sua ex». «Speriamo che questa condanna possa servire agli altri ragazzi che intendono usare in maniera sbagliata i social network - ha confessato la madre di Ashby - Da oggi tutti sanno che con un'azione del genere si rischia la prigione. Una cosa simile è reato».
Fonte: http://www.corriere.it/esteri/
Cassazione: “direttori testate web non sono responsabili”
Il direttore di un giornale on-line non risponde di «omesso controllo» in caso di pubblicazioni, sul sito da lui diretto, dai contenuti diffamatori. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che spiega come il reato previsto dall’art. 57 cp, che punisce i direttori per non aver vigilato sul contenuto delle pubblicazioni, non può essere applicato al web perché previsto solo per la carta stampata. L’articolo 57, spiegano infatti i supremi giudici nella sentenza 35511 «si riferisce specificamente all’informazione diffusa tramite la carta stampata». In giurisprudenza, spiega la quinta sezione penale, si è discusso sulla possibilità di estendere il concetto di stampa anche ad altri mezzi di comunicazione, ma si è anche escluso «che fosse assimilabile al concetto di stampato la videocassetta preregistrata, stante la diversità strutturale tra i due differenti mezzi di comunicazione (la stampa da un lato, la radiotelevisione dall’altro)». Il caso esaminato ha riguardato il direttore della testata `Merate online´, condannato dalla Corte d’appello di Milano per omesso controllo in relazione alla pubblicazione di una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti dell’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli e di un suo collaboratore. La sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione proprio perché «il fatto non costituisce reato». Così come non sono «responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e gli hosting provider - hanno spiegato i supremi giudici - a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma in tal caso rispondono di concorso) così qualsiasi tipo di coinvolgimento va escluso per i coordinatori dei blog e dei forum» e per questo anche per «la figura del direttore del giornale diffuso sul web».
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