Il portale d’informazione è un’iniziativa di Adoc – Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori e FederBio – Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica. L’agricoltura biologica è priva di input chimici, come pesticidi e fertilizzanti. E’ in continua espansione nel mondo, in Europa e in Italia. Il biologico fornisce molti vantaggi economici agli agricoltori che crescono organicamente. Dalla collaborazione tra Adoc e FederBio nasce lo sportello “BIOConosco”, il primo sportello online interamente dedicato ai consumatori che vogliono avere maggiori informazioni sulla produzione, sull’etichettatura e sui controlli dei prodotti biologici.
La conoscenza aiuta a rendere liberi e dunque è importante approfondire i diversi aspetti tecnologici, scientifici, culturali e sociali.
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Biologico: Adoc-FederBio, online sportello informativo BIOConosco
Il portale d’informazione è un’iniziativa di Adoc – Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori e FederBio – Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica. L’agricoltura biologica è priva di input chimici, come pesticidi e fertilizzanti. E’ in continua espansione nel mondo, in Europa e in Italia. Il biologico fornisce molti vantaggi economici agli agricoltori che crescono organicamente. Dalla collaborazione tra Adoc e FederBio nasce lo sportello “BIOConosco”, il primo sportello online interamente dedicato ai consumatori che vogliono avere maggiori informazioni sulla produzione, sull’etichettatura e sui controlli dei prodotti biologici.
Antitrust: oscurati 112 siti web, vendevano orologi falsi di 47 marche
Oscurati dall’Antitrust, con la collaborazione della Guardia di Finanza, 112 siti che vendevano orologi contraffatti di molteplici marche. Con questa operazione salgono a 166 i siti resi inaccessibili dall’Autorità con l’intervento dei militari del Gruppo Antitrust del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza. All’origine di questo ulteriore intervento contro una pratica commerciale che appare scorretta, tre segnalazioni arrivate dall’associazione dei consumatori Adoc, dall’Indicam e dalla Confcommercio.
I marchi interessati sono 47 e vanno dal prodotto più semplice a quello di extralusso. Tutti i siti oscurati erano strutturati come outlet che proponevano, in diverse lingue, orologi di numerose marche e consentivano di effettuare acquisti con diverse valute, avvalorando nei consumatori l’idea che il venditore fosse un importante operatore internazionale.
Secondo l’Antitrust attraverso i siti, ora resi non accessibili, sarebbero state fornite ai consumatori informazioni non vere sulla natura e sulle caratteristiche dei prodotti. Mancavano inoltre informazioni rilevanti sull’identità e l’indirizzo geografico dei venditori e sui diritti previsti a tutela dell’acquirente nella fase post vendita. Trattandosi inoltre di prodotti contraffatti veniva negato, di fatto, il diritto di usufruire della garanzia legale di conformità.
La vendita di prodotti contraffatti venduti per originali a prezzi particolarmente convenienti, come evidenziato dalla Confcommercio, danneggia peraltro anche gli esercizi commerciali appartenenti alla rete ufficiale di distribuzione dei vari marchi con conseguenze dirette non solo sulla sopravvivenza stessa delle microimprese di settore ma anche sul mantenimento dei livelli occupazionali.
La contraffazione degli orologi venduti sui siti ora oscurati è stata verificata da Assorologi, l’associazione che tutela i marchi interessati: a fronte delle lamentele di molti consumatori che avevano acquistato i prodotti sul web, l’associazione ha effettuato una verifica puntuale su tutti i siti e inoltrato, attraverso l’Indicam, la denuncia all’Antitrust.
Secondo Assorologi l’articolata rete contraffattiva era costituita da 46 Nad (Nomi a Dominio) e 112 domini internet (intesi come unità di secondo livello) articolati secondo i diversi Paesi di accesso, nonché da centinaia di pagine web, caratterizzate ognuna dalla marca di orologi proposti. Tutti i nomi a dominio e relativi website contraffattivi risultavano gestiti su solo cinque server, tutti situati in Malesia. Tutti i nomi a dominio erano registrati da due soggetti stranieri.
Fonte: AGCM
Blackout di Aruba a causa di guasto elettrico, proteste consumatori
Nuovo crash della piattaforma Aruba, il principale provider italiano che gestisce più di un milione e mezzo di siti in hosting e domini registrati. Fortunatamente il blackout è durato solo qualche ora e il servizio è stato ristabilito anche se a macchia di leopardo.
Secondo un comunicato ufficiale dell'azienda, "in data 08/07/2011 intorno alle ore 12.00 presso la Webfarm 1 di Arezzo si è verificata un'interruzione dell'alimentazione determinata da un guasto dell'impianto elettrico, conseguenza imprevedibile dell'incendio verificatosi il 29 Aprile scorso nel power center della struttura interessata.
L'alimentazione e' stata ristabilita nei 30 minuti successivi all'evento, mentre il ripristino di alcuni servizi ha richiesto un tempo maggiore ed è stato completato nel corso del pomeriggio. A superamento della possibilità del ripetersi di eventualità simili, sono in corso importanti interventi. In particolare sono in fase di completamento i lavori di raddoppio di tutti gli impianti della Webfarm 1 avviati ad inizio Maggio.
Ma nel frattempo su Twitter e Facebook si sono scatenate le proteste e lo sconcerto di tanti utenti e proprietari dei siti web ospitati sulla piattaforma. E sul piede di guerra sono anche le associazioni dei consumatori.
L'Adoc ha già attivato il suo pool di legali per valutare la possibilità di un risarcimento del danno subito, non escludendo un'eventuale class action a tutela degli interessi degli utenti. Il presidente Carlo Pileri invita i proprietari di siti di e-commerce e servizi al pubblico che hanno subito il black out a inviare la documentazione, con annessa quantificazione del danno subito alla società Aruba e all'Adoc per conoscenza.
Fonte: Aruba
Via: Adoc
Facebook bug, Adoc invia esposto a Garante Privacy per fuga dati
Le informazioni personali degli utenti di Facebook potrebbero essere state rivelate accidentalmente a soggetti terzi, in particolare inserzionisti, negli ultimi anni. Lo sostiene la società specializzata in sicurezza informatica Symantec sul proprio blog ufficiale. Altri soggetti avrebbero avuto accessi a informazioni personali come profili, fotografie e chat, e potrebbero aver avuto la capacità di postare messaggi.
La società ha segnalato questo problema a Facebook, che ha adottato le misure correttive per contribuire ad eliminare questo problema. Le applicazioni su Facebook sono di due tipologie: FBML o iFRAME. Proprio una caratteristica dell’iframe avrebbe consentito di recuperare il token univoco dell’utente, un metodo alternativo alla password, esponendo qualunque dato alle applicazioni attive.
Si stima che oltre 100.000 di queste hanno usufruito per anni di questo bug per tracciare gli utenti del social network. L’Adoc, che ha chiesto chiarimenti alla societa’ di Palo Alto, ha inviato un esposto al Garante della privacy. “Abbiamo richiesto al Garante della privacy di verificare immediatamente la possibile fuga di dati sensibili da Facebook, come affermato dalla societa’ Symantec - dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc - inoltre, abbiamo richiesto alla societa’ californiana di fornire al piu’ presto chiarimenti sulla questione”.
Secondo Symantec soggetti terzi avrebbero avuto accesso a informazioni personali come profili, fotografie e chat. “Una grave violazione della privacy - aggiunge Pileri - dalle dimensioni mostruose. Basti pensare che, secondo le ultime rilevazioni, gli utenti italiani sono oltre 16 milioni.
Dopo l’attacco di hacker a Sony, che ha messo a rischio i dati di circa 100 milioni di utenti nel mondo, un’eventuale perdita di dati da Facebook costringerebbe a ripensare, a livello internazionale, i sistemi di protezione e sicurezza dei dati online degli utenti”. Gli utenti di Facebook preoccupati possono cambiare le password Facebook per invalidare il token di accesso trapelato. Facebook ha risposto, aggiornando la Developer roadmap per l’adozione di strumenti più sicuri.
Via: AGI
Incendio server farm di Aruba, in arrivo class action per risarcimento
Dopo l'incendio nella server farm aretina di Aruba, il primo provider italiano di hosting e registrazione domini, avvenuto lo scorso 29 aprile in seguito ad un principio d'incendio nella sezione Ups dell'azienda, i consumatori pensano ad una class action mirata ad ottenere un risarcimento per le ore di ''buio'' conseguenti l'accaduto. I vigili del fuoco di Arezzo avevano lavorato per tre per spegnere le fiamme che erano divampate nella server farm.
E per 11 ore avevano lavorato i tecnici dell'azienda per ridare normalità a buona parte della rete. Le fiamme nella serverfarm principale di Aruba, che non hanno interessato i server dove sono archiviati i dati, hanno infatti creato grossi problemi: milioni di siti sono rimasti off line per molte ore, inaccessibili anche le caselle di posta.
Proprio su questo aspetto, le associazioni dei consumatori Adoc e Codacons starebbero valutando se intraprendere una class action, cioè una causa collettiva ai danni di Aruba. Analizzando i infatti, Aruba sarebbe stata vittima del più classico degli incidenti e non della negligenza delle persone che lavorano nella Web farm, attribuire al gruppo una responsabilità oggettiva riguardo all'accaduto potrebbe essere particolarmente complesso.
In ogni caso la Corte di Appello di Milano conferma l'ammissibilità della class action del Codacons sul test influenzale. La class action è aperta a tutti, sia agli utenti consumer che agli utenti business che comunque risultano i più colpiti. L'associazione mira a far ottenere agli utenti un risarcimento proporzionato al tempo di sospensione del servizio e ai danni economici subiti. Chi è interessato può collegarsi al blog del presidente Codacons, Carlo Rienzi e fornire una pre-adesione illustrando i danni subiti.
Sony: violata la privacy di 1,5 milioni d'italiani, possibile class action
Il furto di informazioni sensibili di milioni di utenti in seguito all’attacco informatico che hanno subito i servizi Playstation Network e Qriocity hanno spinto l’Adoc a prendere in considerazione l’idea di una class action, un'azione legale di massa dell'associazione in difesa dei consumatori, per chiedere i danni e il conto alla società giapponese.
“Abbiamo segnalato al Garante della privacy il possibile furto di dati sensibili subito dagli utenti italiani del Playstation Network di Sony - dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc - stimiamo in circa un milione e mezzo il numero di utenti italiani registrati al network, di cui circa il 70% è da considerare frequentatore abituale. C’è il rischio che gli utenti abbiano subito il furto di nome, indirizzo email, data di nascita, password, login e online ID del network, nonché dei dati della carta di credito utilizzata per gli acquisti in rete”.
“Qualora fosse accertato il furto non escludiamo una class action nei confronti di Sony per la mancata protezione dei dati personali degli iscritti e per la tardiva comunicazione agli stessi della grave situazione, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti. Chiunque fosse interessato può rivolgersi alla sedi dell’Adoc per ottenere maggiori informazioni”.
Al momento l’Adoc consiglia agli utenti iscritti al network di sospendere presso la propria banca la carta di credito registrata sul network, cambiare immediatamente la password dell’indirizzo e-mail utilizzato per la registrazione e, cosa importante, prestare particolare attenzione a eventuali truffe via mail, telefono e posta cartacea in cui vengono richiesti informazioni personali o dati sensibili.
Privacy: iPhone ed iPad tengono traccia dei movimenti dell'utente
Due esperti, Alasdair Allan e Pete Warden, hanno scoperto che gli iPhone e gli iPad versione 3G, a partire dalla versione 4 dell'iOS, il sistema operativo dei dispositivi Apple, sono in grado di tenere traccia dei movimenti e delle coordinate geografiche degli utenti, salvando i dati in un file nascosto. I due ricercatori di O'Reilly media dicono di non essere sicuri del perche' la Apple abbia fornito i propri dispositivi di questa possibilita' di geolocalizzazione degli utenti, ma sostengono che la scelta dell'azienda di Cupertino sia stata intenzionale, poiche' il file nascosto viene mantenuto attraverso i backup e resiste alle formattazioni.
Tlc: Adoc lancia campagna contro la tassa di concessione governativa
A seguito della recente giurisprudenza tributaria, che ha definito impropria l’applicazione della tassa di concessione governativa, l’Adoc lancia la campagna contro la suddetta tassa, illegittimamente prevista per gli abbonamenti privati e business dei telefoni cellulari. Pertanto l’Adoc mette a disposizione dei consumatori una lettera di diffida per richiedere il rimborso di quanto pagato negli ultimi tre anni, calcolando per i contratti privati 5,16 euro al mese moltiplicato per 36 mesi (per un massimo di 185,76 euro), per i contratti business 12,91 euro al mese per lo stesso periodo (per un massimo di 464,76 euro).
La diffida va inviata alla propria compagnia telefonica presso la sede legale a mezzo raccomandata A/R, e per conoscenza all’Adoc anche via fax o posta elettronica. Ricordiamo che è necessario allegare copia delle fatture e delle ricevute di pagamento. Le lettere di diffida sono disponibili online sul sito dell’Adoc o a questo link in formato .pdf e presso le sedi territoriali, dove è possibile rivolgersi per qualsiasi chiarimento in merito. La tassa di concessione governativa è un’anomalia del mercato telefonico italiano. Le associazioni consumatori la chiamano, senza mezzi termini, “assurdità anacronistica”, visto che è stata concepita dallo Stato come tassa di lusso. Già, risale al periodo in cui avere un cellulare era un lusso.
Ora ovviamente non lo è più ma per lo Stato non è facile rinunciare a questa tassa, il cui importo entra interamente nelle sue tasche. Niente va agli operatori, che così non sono tenuti a dare informazioni dettagliate (qui alcuni dettagli tecnici sulla tassa). Si applica solo gli abbonamenti e quindi l’utente non deve pagarla se ha una prepagata (neanche se ha opzioni di ricarica obbligatoria). Da un paio di anni, però, alcuni operatori hanno cominciato a rimborsare la tassa, per sostenere il mercato degli abbonamenti. In Italia, infatti, quest’ultimo è molto ridotto (circa il 15 per cento delle utenze), proprio a causa della tassa.
Class action: illegittima la tassa di concessione governativa sui telefonini
Una battaglia legale si è scatenata contro la tassa di concessione governativa sui cellulari, che penalizza solo gli utenti di cellulari italiani: quella di "concessione governativa", 5,16 euro al mese che lo Stato riscuote da tutti gli abbonati a servizi telefonici di rete mobile. Sono esclusi dal balzello solo gli utenti con scheda prepagata, com'è noto, e proprio per questo motivo in Italia sono rari gli utenti che hanno un abbonamento. Questo tipo di offerta avrebbe però in teoria numerosi vantaggi per il consumatore - ridotti per colpa, a punto, della tassa: cellulare gratuito, sconti sulle telefonate.
Non a caso, ormai in altri Paesi europei gli abbonamenti sono più comuni delle prepagate, all'opposto che da noi. La buona notizia è che nei prossimi mesi tutto questo potrebbe finire. "Abbiamo appena istruito la pratica di class action contro l'Agenzia delle Entrate, chiedendo un rimborso di massa", dice Elso Gerandin, presidente del Celva (Consorzio degli Enti Locali della Valle d'Aosta). Il motivo è una legge europea, il Codice di comunicazione elettroniche, secondo cui la tassa è dovuta solo sulle sim di uso aziendale.
E si sta imponendo l'idea, in giurisprudenza, che le pubbliche amministrazioni, non essendo equiparabili ad aziende, non sono tenute a pagare. E' quanto stabilito a gennaio dalla commissione tributaria del Veneto, a favore dei Comuni del territorio. Per l’Adoc è una sentenza giusta e si è dichiarata pronta a promuovere cause per ottenere il risarcimento.
“Accogliamo con soddisfazione la sentenza della commissione tributaria del Veneto, che ha dichiarato l’illegittimià della tassa di concessione governativa sui cellulari, come noi sosteniamo da anni - ha dichiarato Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc - è una sentenza giusta, perché si applicava solo sugli abbonamenti e era obsoleta perchè risaliva agli anni ottanta, quando erano presenti solo i radiomobili mentre i telefonini neanche esistevano”. Si stanno moltiplicando quindi i ricorsi intentati da vari enti locali per non pagare più la tassa. L’Adoc è pronta a promuovere cause per far ottenere il risarcimento a tutti i cittadini privati che si rivolgeranno all'associazione.
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