Potrebbe essere nelle staminali il futuro della neuromedicina. I ricercatori dell’Ospedale San Raffaele hanno mostrato come e perché il trapianto di cellule staminali neurali riduce la morte dei neuroni e migliora la plasticità cerebrale. In caso di danno cerebrale dovuto a ictus, il trapianto di cellule staminali neurali potrebbe offrire in futuro una strategia per migliorare e accelerare il recupero delle funzioni cerebrali compromesse. Il meccanismo dietro l’effetto terapeutico di queste cellule è stato svelato da un gruppo di ricercatori dell’Unità di Neuroimmunologia dell’Irccs Ospedale San Raffaele, una delle 18 strutture di eccellenza del Gruppo ospedaliero San Donato.
La conoscenza aiuta a rendere liberi e dunque è importante approfondire i diversi aspetti tecnologici, scientifici, culturali e sociali.
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Medicina, iniezione di staminali neurali potrà riparare danni da ictus
Potrebbe essere nelle staminali il futuro della neuromedicina. I ricercatori dell’Ospedale San Raffaele hanno mostrato come e perché il trapianto di cellule staminali neurali riduce la morte dei neuroni e migliora la plasticità cerebrale. In caso di danno cerebrale dovuto a ictus, il trapianto di cellule staminali neurali potrebbe offrire in futuro una strategia per migliorare e accelerare il recupero delle funzioni cerebrali compromesse. Il meccanismo dietro l’effetto terapeutico di queste cellule è stato svelato da un gruppo di ricercatori dell’Unità di Neuroimmunologia dell’Irccs Ospedale San Raffaele, una delle 18 strutture di eccellenza del Gruppo ospedaliero San Donato.
Medicina: doppio trapianto di fegato e staminali, prima volta in Italia
Intervento innovativo alla Città della Salute di Torino. Per la prima volta in Italia è stato effettuato un doppio trapianto di fegato e di cellule staminali ematopoietiche (HSCs), su un bambino venezuelano di otto anni affetto da sindrome di Iper-Ig M, una rara e grave forma di immunodeficienza. Ma il caso del bimbo operato è particolare poiché la sindrome è legata a una mutazione mai pubblicata e oggetto di studio. Si tratta di un bimbo che vive in Venezuela e che è affetto da una rara e grave forma di immunodeficienza, la sindrome da Iper-Ig M. In questo caso si tratta di un caso per ora unico e senza precedenti: la sindrome è relata a difetto di CD40 ligando.
Salute: peni coltivati in laboratorio pronti per test sugli esseri umani
Dopo oltre 20 anni di ricerca, un team di ricercatori di bioingegneria del Wake Forest Institute for Regenerative Medicine (WFIRM) in California sono all'opera per trapiantare sull'uomo peni coltivati in laboratorio. Riuniti intorno a un recinto presso il WFIRM nella Caroline del Nord nel 2008, Anthony Atala e i suoi colleghi guardavano con ansia di vedere se due conigli avessero potuto avere rapporti sessuali. La suspense fu di breve durata: un minuto per stare insieme, il maschio aveva montato la femmina e l'accoppiamento avvenne con successo.
Salute: nuovo sistema robot consente trapianto capelli senza cicatrici
Bracci automatizzati, schermi ad alta risoluzione, scansioni tridimensionali, visori microscopici, analisi computerizzate, monitoraggio e aggiustamento simultaneo, tensiometri cutanei ad elevata sensibilità. Rispetto agli attuali metodi di autotrapianto, come F.U.T.-Strip o F.U.E. classica, non vi sono suture o cicatrici lineari, l'invasività è minima, non si prova alcun dolore, si riducono le possibilità di errore umano, si scelgono le unità follicolari migliori, si elimina la possibilità di danneggiare il bulbo da prelevare, i tempi di recupero sono molto più rapidi, l'aspetto finale è naturale e i risultati permanenti e "a prova di barbiere".
Sono queste le caratteristiche del nuovo sistema "Artas", presentato da Ab medica, la maggiore azienda privata italiana di chirurgia robotica e apparecchiature biomedicali e da Restoration Robotics, la società californiana detentrice di tecnologie uniche a livello mondiale per il trapianto dei capelli. Il ruolo del medico e della sua equipe è ancora fondamentale, soprattutto nella fase della comprensione dei fabbisogni e degli obiettivi del paziente, così come in quella del reimpianto.
E' il robot, tuttavia, che "opera" durante il momento delicato del prelievo; tanto che il chirurgo, in questa fase, potrebbe addirittura totalmente astenersi, dispensato dal compiere movimenti ripetitivi, difficili e defatiganti. Gli algoritmi di "Artas" permettono, infatti, di mappare l'area donatrice del paziente e di impostare l'allineamento, l'angolazione e la profondità per la raccolta di ogni singola unità bulbare.
"Artas" determina così la densità e la distribuzione dei follicoli, aggiornando i parametri 50 volte al secondo e riportando sul monitor ogni unità prelevata; estrae con precisione non eguagliabile i follicoli, in modo omogeneo e volutamente casuale; li divide, poi, in 1 / 2 / 3 / 4 capelli, con un'accuratezza che arriva sino a centinaia di migliaia di volte per seduta; lasciandoli intatti, consente di preservarne la vitalità, pronti per essere trasferiti alla zona individuata per l'innesto.
Nonostante tecnologie così sofisticate, tutta la procedura all'apparenza avviene in modo molto semplice, a livello ambulatoriale e in un paio d'ore, con il paziente comodamente seduto e assistito dal personale medico, in una continua interazione uomo-macchina. Il sistema "Artas" è il frutto di otto anni di ricerca e sviluppo. Rigorosamente testato, è stato approvato dall'ente di controllo statunitense FDA e dagli altri principali organismi internazionali di regolazione.
L'Italia, con il Regno Unito, è il primo paese europeo in cui diventa operativo. Si rafforzano così alcuni record che vedono l'Italia molto avanti nell'utilizzo della chirurgia robotica (con il diffuso sistema "da Vinci") ed anche per l'attenzione agli interventi estetici e, in particolare, alla cura dei capelli. Non a caso, in Italia, secondo il Presidente della Società Italiana di Tricologia e Vicepresidente della Società internazionale della chirurgia delle calvizie, Vincenzo Gambino, le operazioni per contrastare calvizie o diradamento sono al primo posto tra tutte quelle effettuate dagli uomini per motivi estetici. Lo stesso Gambino ha già avuto modo di effettuare sette procedure con il sistema "Artas", da quando avviato a Milano a inizio giugno.
Staminali, Andolina: soltanto qualche decina di persone potrà curarsi
Il dl Balduzzi è legge, il Senato ha dato l'ok definitivo al disegno di legge di conversione, e così in Italia ha il via libera, non senza polemiche, la sperimentazione del metodo Stamina, per la cura con cellule staminali mesenchimali di malattie "inguaribili", come quella di Sofia, la bimba di tre anni e mezzo di Firenze, affetta da una malattia neurodegenerativa, o Celeste affetta da atrofia muscolare spinale, che hanno intrapreso il metodo portato avanti da Davide Vannoni e Marino Andolina di Stamina Foundation.
Ma il via libera alla continuazione della cura per chi l'ha iniziata e l'avvio della sperimentazione per 18 mesi dal primo luglio prossimo, ha subito restrizione nel passaggio alla Camera al Senato, per cui il testo definitivo sebbene sia "un significativo passo avanti" delude i pionieri di Stamina. "L'Italia si mette all'avanguardia ma poteva fare una rivoluzione, la montagna ha partorito un topolino", commenta Marino Andolina, pediatra, immunologo, pioniere del metodo e vicepresidente della fondazione Stamina, ora "solo qualche decina di persone potrà curarsi", ma almeno "c'è un passo avanti".
Dopo il primo testo "rivoluzionario" del Senato, il paletto è stato inserito in commissione affari sociali alla Camera con un emendamento che prevede la produzione della cellule staminali, secondo la metodica della fondazione, nelle 13 cell factories italiane autorizzate dall'Aifa, ovvero trattate come farmaci. Le cellule staminali devono essere così lavorate in un laboratorio Gmp (Good Manufacturing Practicies), ovvero farmaceutico, mentre Vannoni e Andolina, chiedevano che siano usati i laboratori Glp, Good Laboratory Practice, quelli che si usano per i trapianti, "con procedure comunque garantite, ma molto più brevi e di più facile accesso".
Per la sperimentazione, per la quale vengono stanziati fino a 3 milioni di euro, il ministero della Salute si avvarrà quindi di di Aifa, Centro nazionale trapianti e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità. Il problema quindi ora è anche vedere come verranno stabiliti i protocolli applicativi e a Stamina temono anche siano tropo "restrittivi". Il sì quasi unanime del Senato di oggi che ha convertito in legge il dl Balduzzi "è un piccolo significativo passo in avanti rispetto al nulla che c'era, meglio che niente, sono però deluso", dice a TMNews Marino Andolina, spiegando:
"Il primo testo del Senato è stato stravolto alla Camera e quindi i senatori, per evitare che il testo decadesse sono stati costretti ad approvarlo con le modifiche apportate". Le cellule staminali non saranno prodotte in laboratorio Glp, ma in quelli Gmt di tipo farmaceutico: "La rivoluzione che il Senato aveva avuto il coraggio di far partire. Si torna alla direttiva europea, secondo i dettami delle multinazionali". E "non si parla più di terapie compassionevoli, non si parla di diffusione sul territorio nazionale, nei diversi ospedali, in modo da poter curare tutte le persone che lo chiedono bensì di un protocollo di ricerca, sicuramente molto serio, ma che riguarderà poche decine di persone".
Chi ha già intrapreso la cura è salvo, potrà proseguirla, spiega il medico, ma oltre a questi pazienti potranno entrare qualche decina in più per la sperimentazione, così come è stata concepita nel nuovo testo. Il timore di Stamina è, inoltre, che siano previste dal testo applicativo anche limitazioni al novero delle malattie. "Egoisticamente - aggiunge l'immunologo - l'aspetto positivo è che noi di Stamina vediamo la nostra metodica finalmente 'sdoganata': è dimostrato che non è pericolosa per la salute ed è abbastanza efficace per meritare una sperimentazione. Questo per noi di Stamina potrebbe essere anche una soddisfazione ma per centinaia di famiglie che non potranno far curare i propri cari è una tragedia".
Fra diciotto mesi, a partire al primo luglio, al termine della fase di sperimentazione, si potranno fare comunque i primi bilanci e la speranza è che o risultati siano da tali da poter anche estendere il metodo Stamina. Andolina non ha dubbi sull'efficacia e sull'esito positivo: "Abbiamo risultati documentati in cartella clinica". E per chi non ci crede ancora, è semplice, conclude: "Basta andare a vedere i pazienti che sono stati curati con il metodo Stamina, come erano prima e come sono adesso, dopo". Il padre di Celeste lo ripete sempre: "Perché nessuno mi chiede come sta ora mia figlia?".
Fonte: TMNews
In Italia primo trapianto di staminali cerebrali umane su paziente con Sla
Per la prima volta al mondo sono state trapiantate in un uomo colpito da Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla) cellule staminali del cervello prelevate da un feto morto per cause naturali. L'intervento è stato eseguito in Italia, dal gruppo coordinato da Angelo Vescovi, direttore dell'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Pio, a San Giovanni Rotondo (Foggia) e, per la parte neurologica, da Letizia Mazzini, responsabile del Centro Sla dell'ospedale Maggiore della Carità, a Novara.
L'intervento è stato eseguito dal gruppo di Neurochirurgia diretto da Sandro Carletti, coadiuvato da Cesare Giorgi e Nicholas Boulis, della statunitense Emory University di Atlanta. La sperimentazione è finanziata dall'Associazione Neurothon e dalla Fondazione Cellule Staminali. Grazie ad una tecnica tutta italiana, messa a punto nel 1996 da Vescovi, professore di biologia cellulare all’Università Bicocca di Milano, il trapianto è scevre da qualunque problematica etica, utilizzando una procedura analoga a quella della donazione volontaria di organi negli individui adulti.
Il paziente dell’età di 31 anni, ha ricevuto tre iniezioni nel lato sinistro del midollo spinale lombare, ciascuna di un volume di 15 millesimi di millilitro, che contenevano in totale poco meno di 2 milioni e mezzo di cellule staminali cerebrali. Le cellule staminali sono state trapiantate in prossimità delle cellule nervose chiamate motoneuroni, che nella Sla muoiono gradualmente, paralizzando progressivamente i muscoli, fino a causare la morte del paziente. Si spera che questo possa rallentare la morte dei motoneuroni e quindi la malattia.
Il paziente si è risvegliato dal trapianto in buone condizioni e respira in modo autonomo. E' uno studio di fase 1, ossia che valuta la sicurezza delle procedure di trapianto e dell’innocuità delle cellule. Non si tratta, quindi, di una cura per la Sla. La condizione clinica dei pazienti assoggettati a trapianto sarà monitorata nei mesi e anni a seguire documentando l’evoluzione della malattia. Ulteriore e generoso supporto è stato fornito dall’Associazione Pro Roberto Onlus di Gavoi (Nuoro), dalla Fondazione Stefano Borgonovo (Milano) e dalla Fondazione Milan A.C.
Fonte: Opera Padre Pio
Robot preleva lobo epatico per trapianto, a Palermo primo caso al mondo
Eseguito all’ISMETT (Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione) di Palermo un intervento chirurgico di resezione e prelievo del lobo epatico di destra con tecnica robotica mini-invasiva a scopo di donazione per trapianto d’organo. Il sistema robotico utilizzato per l’intervento è il Da Vinci, l’unico per ora disponibile sul mercato. È il primo caso al mondo condotto interamente ed esclusivamente con tecnica chirurgica robotica.
L’eccezionalità della procedura realizzata all’ISMETT sta nel fatto che è stata eseguita interamente con tecnica mininvasiva robotica. Solo le braccia del robot hanno operato all’interno dell’addome del donatore. In passato, alcuni interventi di donazione di fegato da donatore vivente sono stati eseguiti negli Stati Uniti utilizzando il robot, ma con l’ausilio del chirurgo che, con la sua mano introdotta attraverso un’incisione addominale, eseguiva insieme al robot parte dell’intervento.
Grazie all’utilizzo del robot, per eseguire l’intervento di resezione sono bastati appena 5 fori ed un'incisione di soli 9 centimetri. Il robot è stato utilizzato nel donatore per la resezione e il prelievo del lobo epatico destro, che è poi stato trapiantato al fratello di quarantaquattro anni, affetto da cirrosi epatica e in lista di attesa per trapianto di fegato presso l’Istituto Mediterraneo. Ad essere sottoposto all’intervento: un uomo di 46 anni che ha deciso di donare parte del suo fegato al fratello, malato di cirrosi epatica.
In sala per eseguire il delicato intervento: un'equipe formata da decine fra medici e infermieri di ISMETT, guidata dal Prof. Bruno Gridelli, Direttore di ISMETT e dal Dr. Marco Spada, Responsabile della Chirurgia Addominale e dei Trapianti d’Organo dell’Istituto. L'intervento robotico è durato circa dieci ore. Il decorso postoperatorio di entrambi i fratelli è stato regolare senza insorgenza di maggiori complicanze. Il donatore è stato dimesso dopo soli nove giorni dall’operazione chirurgica ed è ritornato alle proprie regolari attività.
Il ricevente è stato dimesso dopo qualche settimana di degenza ospedaliera, sta bene ed è ritornato a casa. L’impiego della tecnologia robotica consente di associare i benefici offerti dalla chirurgia mini-invasiva tradizionale - già ampiamente utilizzata in chirurga generale e per il prelievo per la donazione da vivente ad esempio del rene - alla precisione e sicurezza propria del sistema robotico. Il sistema robotico, grazie a strumenti articolati, può compiere movimenti che nemmeno la mano del chirurgo sarebbe in grado di eseguire.
Tutto ciò non solo si traduce nella possibilità di eseguire in modo mini-invasivo interventi chirurgici molto complessi, come il prelievo di una parte di fegato per trapianto, con massima sicurezza, ma consente al donatore di avere tempi di recupero postoperatorio molto brevi, con un ridotto rischio emorragico durante l’intervento, minore dolore e quindi un più rapido ritorno alla normale vita quotidiana. L’intervento è stato realizzato in collaborazione con l’equipe dell’Azienda Ospedaliera Universitaria dell’Ospedale Cisanello di Pisa, guidata dal Prof. Ugo Boggi, Direttore della Chirurgia Generale e dei Trapianti nell'Uremico.
Via: ISMETT
Organ donation su Facebook: in Italia requisiti precisi e rischi privacy
"Oggi più di 114mila persone negli Stati Uniti, e milioni nel mondo, aspettano il trapianto di cuore, rene o fegato che salverà le loro vite. Molti muoiono nell'attesa. Gli esperti credono che una consapevolezza maggiore sulla donazione degli organi in prospettiva risolverà il problema". Con questa premessa, che cita le statistiche del gruppo no-profit Donate Life of America, Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg in un post su Facebook annunciano il lancio della nuova opzione sul social network, ovvero la possibilità di segnalare sul proprio profilo che si è un donatore di organi.
Si può anche scrivere la propria storia e decidere, tramite le opzioni di privacy, a chi farlo sapere, oltre che accedere al link dei registri dei donatori di organi per iscriversi. Un'opzione attiva negli Stati Uniti e nel Regno Unito. "Pensiamo - scrive Zuckerberg - che anche dicendo semplicemente agli altri che si è donatori il potere della condivisione e della connessione possa giocare un ruolo importante. Speriamo di introdurre funzioni che aiutino la gente a trasformare il modo di risolvere i problemi mondiali".
Zuckerberg promette di estenderla presto anche negli altri Paesi, ma non è chiaro se in Italia ciò sarà possibile visto che "da noi per la registrazione della volontà occorrono requisiti di legge precisi che vanno rispettati, per non parlare della questione della privacy", come precisa sul Corriere della Sera Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), spiegando che in Umbria è invece partito un progetto pilota che permette ai cittadini maggiorenni, al momento del rilascio della carta d'identità, di dichiarare o meno la volontà di essere donatori di organi.
Tale dichiarazione, che avrà valore legale, finirà quindi nel Sistema informativo trapianti, consultabile (solamente) dal Centro regionale trapianti. La privacy del donatore è completamente tutelata: ad accedere al database del Cnt sarà infatti il Centro regionale trapianti, che potrà sapere se il cittadino al momento dell'accertamento di morte celebrale ha espresso la volontà di donare gli organi. Se l'interessato non si è espresso, il prelievo degli organi si può effettuare solo se i familiari aventi diritto non si oppongono.
Via: TM News
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