Alcuni astronomi, usando il VLT dell'ESO, hanno osservato per la prima volta in modo diretto la granulazione sulla superficie di una stella al di fuori del Sistema Solare - l'anziana gigante rossa π1 Gruis. Questa nuova straordinaria immagine ottenuta dallo strumento PIONIER rivela le celle convettive che formano la superficie dell'enorme stella, con un diametro circa 350 volte quello del Sole. Ogni cella, grande circa 120 milioni di chilometri, copre più di un quarto del diametro della stella. I nuovi risultati sono in stampa questa settimana sulla rivista Nature. ESO ha anche sottolineato che la fase della vita in cui si vede Pi1 Gruis è stata di breve durata, rispetto ai tempi delle stelle.
La conoscenza aiuta a rendere liberi e dunque è importante approfondire i diversi aspetti tecnologici, scientifici, culturali e sociali.
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ESO: VLT osserva enormi bolle sulla superficie di una gigante rossa
Alcuni astronomi, usando il VLT dell'ESO, hanno osservato per la prima volta in modo diretto la granulazione sulla superficie di una stella al di fuori del Sistema Solare - l'anziana gigante rossa π1 Gruis. Questa nuova straordinaria immagine ottenuta dallo strumento PIONIER rivela le celle convettive che formano la superficie dell'enorme stella, con un diametro circa 350 volte quello del Sole. Ogni cella, grande circa 120 milioni di chilometri, copre più di un quarto del diametro della stella. I nuovi risultati sono in stampa questa settimana sulla rivista Nature. ESO ha anche sottolineato che la fase della vita in cui si vede Pi1 Gruis è stata di breve durata, rispetto ai tempi delle stelle.
Nono pianeta del Sistema solare non è stato osservato direttamente
L'esistenza di "Planet Nine", il nono pianeta ai confini del Sistema Solare annunciato nelle scorse settimane, è al momento convalidata solo da modelli matematici ma ancora non è stato direttamente osservato. I ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) hanno trovato la prova nel Sistema solare esterno di un oggetto che potrebbe essere un vero e proprio nono pianeta. I ricercatori Konstantin Batygin e Mike Brown non hanno effettivamente visto il pianeta, ma altre ricerche li hanno portati a concludere che ce ne sia uno. Gli scienziati hanno pubblicato uno studio sul misterioso corpo celeste con una massa pari a circa 10 volte quella della Terra.
NASA: asteroide di Natale 2003 SD220 sfiora Terra, prime immagini
L'asteroide denominato 163899, anche noto come 2003 SD220, è passato ad una relativa distanza di sicurezza dalla Terra alla vigilia di Natale, creando il suo flyby cosmico appena in tempo per la festa. Gli scienziati della NASA hanno attentamente monitorato il corpo celeste per studiarlo in futuro. La roccia spaziale è ben nota, in quanto scoperta il 29 settembre 2003 dal programma Lowell Observatory Near-Earth Object Search (LONEOS) di Flagstaff, in Arizona. L'asteroide 2003 SD220, anche se designato come "potenzialmente pericoloso", ha "sfiorato" la Terra nella giornata del 24 dicembre ad una distanza di 6,8 milioni di miglia (11 milioni di chilometri).
NASA: New Horizons incontra Plutone e manda prime foto alla Terra
New Horizons ha “telefonato a casa” per dire di aver superato senza problemi lo storico passaggio ravvicinato con Plutone. Subito dopo la sonda era entrata in silenzio radio per catturare dati, un tale moltitudine che ci vorranno 16 mesi per inviare tutto alla Terra. Ha “telefonato a casa” per dire “che è tutto Ok” e che, quindi, “sta bene”. La sonda New Horizons della Nasa, che ieri ha compiuto lo storico passaggio ravvicinato intorno a Plutone, ha mandato, dopo circa 21 ore di silenzio radio, il beep che ha fatto tirare il sospiro di sollievo agli scienziati dell’Ente spaziale americano e del Laboratorio di Fisica applicata della Johns Hopkins University che l’hanno realizzata.
Astronomia, congiunzione tra Giove e Venere: mai così vicini in cielo
Nel corso del mese di giugno li abbiamo spesso notati, guardando a ovest, e ieri hanno raggiunto la distanza minima nella costellazione del Leone. La congiunzione Venere-Giove è uno spettacolo ogni anno atteso con trepidazione da astronomi e amatori perché regala una visione diversa dei due corpi celesti. Quest'anno, rispetto al nostro punto di vista, si avvicinano fino ad una distanza inferiore al diametro della Luna. L'anno scorso il fenomeno si era verificato il 18 agosto prima dell'alba, martedì invece l'"abbraccio" tra i due pianeti è stato osservato dopo il tramonto, anche se il massimo avvicinamento si verificato alle 6 ora italiana del primo luglio.
Spazio: la sonda Dawn inizia l'avvicinamento al pianeta nano Cerere
Mancano poco più di tre mesi e la sonda della NASA Dawn arriverà nell’orbita del pianeta nano Cerere, che, con un diametro di 950 chilometri, è l’asteroide più massiccio della Fascia Principale del Sistema solare tra Marte e Giove (dove si trova anche Vesta, un altro potenziale protopianeta come Pallade e Igea). In confronto, Vesta ha un diametro di 525 chilometri ed è il secondo corpo più massiccio nella cintura. La sonda Dawn, lanciata nel 2007, è entrata di recente nella cosiddetta fase di approccio e punta dritto dritto verso l’unico corpo minore del nostro sistema a essere considerato – finora – un pianeta nano, proprio come Plutone.
Astronomia: straordinario incontro tra cometa Siding Spring e Marte
E' stato straordinario il passaggio più ravvicinato di una cometa a un pianeta mai registrato: la cometa Siding Spring (C 2013 A1) ha "sfiorato" Marte alla distanza di circa 135.500 km (un terzo della distanza Terra-Luna) e alla velocità di 56 km al secondo. "Non siamo a conoscenza di nessun altro passaggio così ravvicinato a un pianeta nella storia documentata, eccezion fatta per la cometa Shoemaker-Levy che nel 1994 si schiantò su Giove" ha osservato l'astrofisico Gianluca Masi responsabile del Virtual Telescope e curatore scientifico del Planetario di Roma.
Spazio: dopo 10 anni la sonda Rosetta raggiunge la cometa 67P/C-G
La sonda dell’Agenzia Spaziale Europea sarà la prima navicella spaziale della storia a incontrarsi con una cometa. Il Cnr, attraverso il laboratorio Luxor di Padova, ha contribuito alla realizzazione del sistema di imaging presente a bordo. Dopo un viaggio lungo dieci anni, il giorno dell’appuntamento è finalmente arrivato: la sonda Rosetta ha incontrato la ‘sua’ cometa, 67P/Churyumov-Gerasimenko, sulla quale rilascerà anche il lander Phillae. Lanciata il 2 marzo 2004 da Kourou, nella Guiana Francese, Rosetta ha percorso finora più di 6.000 milioni di chilometri.
NASA: sonda New Horizons in cerca di oceani sotterranei su Caronte
Manca poco più di un anno all’arrivo della sonda NASA New Horizons al pianeta nano Plutone e le sue lune. Dopo un viaggio di 10 anni e quasi cinque miliardi di chilometri percorsi, inizierà così una nuova affascinante esplorazione di alcuni tra i più remoti e sconosciuti oggetti ai confini del Sistema solare. Nell’attesa, gli scienziati sono al lavoro per organizzare al meglio le osservazioni e, soprattutto, sfruttare ogni singolo bit dei preziosi dati e delle immagini digitali che arriveranno da New Horizon. Le dettagliate riprese che la sonda produrrà della superficie di Caronte, la luna principale di Plutone, potrebbero anche rivelarci se, in passato, siano esistiti o meno sotto la sua crosta oceani di acqua allo stato liquido.
A proporre questo metodo d’indagine, basato sull’analisi delle eventuali fratture che verranno rilevate sulla gelida superficie di Caronte, è un lavoro guidato da Alyssa Rhoden del NASA Goddard Space Flight Center a Greenbelt, Maryland e pubblicato sul sito web della rivista Icarus. “I nostri modelli teorici prevedono la formazione di diversi tipi di fratture sulla superficie di Caronte a seconda dello spessore del suo ghiaccio superficiale, della struttura interna della luna, delle sue risposte alle deformazioni e anche di come la sua orbita si è evoluta fino ad oggi” spiega Rhoden.
“Confrontando le future osservazioni di Caronte che ci invierà New Horizons con le differenti previsioni da noi elaborate, potremo vedere quale di esse si adatta meglio e scoprire se Caronte avrebbe potuto avere un oceano sotterraneo nel suo passato, indotto da fenomeni legati ad una elevata eccentricità della sua orbita”. Lo studio rivela infatti che se Caronte avesse orbitato nel passato attorno a Plutone con una traiettoria più ellittica rispetto a quella che possiede oggi (pressoché circolare) avrebbe potuto subire fenomeni mareali molto intensi, capaci di produrre attriti interni e fratture sulla sua superficie.
Fenomeni simili si riscontrano in altre lune dei pianeti giganti nel Sistema solare, come ad esempio Europa per Giove ed Encelado per Saturno. “Se l’orbita di Caronte ha attraversato una fase di elevata eccentricità, all’interno della luna può essersi accumulata una quantità di calore da deformazioni mareali sufficiente da mantenere per un certo tempo la presenza di acqua liquida sotto la sua superficie” prosegue Rhoden. I risultati dello studio, basati su modelli teorici che prevedono all’interno di Caronte la presenza di un oceano, suggeriscono infatti che sarebbe bastato un piccolo valore dell’eccentricità dell’orbita della luna (inferiore all’1%) per produrre comunque fratture superficiali analoghe a quelle che, ad esempio, sono presenti sulla crosta ghiacciata di Europa.
“L’idea delle fratture che fornirebbero informazioni sulla storia geologica del satellite (in particolare l’esistenza nel passato di un oceano d’acqua sotto la superficie) è interessante, anche perché la stessa assenza di queste fratture fornirebbe informazioni sull’evoluzione di Caronte” commenta Maria Teresa Capria, ricercatrice dell’INAF-IAPS di Roma. “Dobbiamo anche ricordare che di oceani sottosuperficiali, probabili o solo ipotizzati, nel Sistema solare ce ne sono vari, a partire da Europa ed Encelado, passando per Ganimede e Tritone, per arrivare allo stesso Plutone, che si ritiene possa ospitare tuttora un tale oceano”.
Terra e Luna più antiche del previsto: hanno 60 milioni di anni in più
Un nuovo lavoro presentato la scorsa settimana alla Goldschmidt Geochemistry Conference rivela che i tempi del gigantesco impatto tra l'antenato della Terra e un corpo di dimensioni planetarie si verificò circa quaranta milioni di anni dopo l'inizio della formazione del sistema solare. Ciò significa che la fase finale della formazione della Terra è circa sessanta milioni di anni più vecchia di quanto si pensasse. Geochimici dell'Università di Lorraine a Nancy, in Francia hanno scoperto un segnale isotopico che indica che le precedenti stime di età sia per la Terra e la Luna sono sottostimate.
Spazio, Sistema solare ha nuovo pianeta e primo asteroide con anelli
Sorprese dal Sistema Solare: i suoi confini si ampliano grazie alla scoperta di un nuovo pianeta nano e tra i corpi celesti che lo popolano ci sono anche oggetti inediti, come il primo asteroide con un sistema di anelli simile a quello dei giganti del Sistema Solare, come Saturno, Giove Urano e Nettuno. Entrambe le scoperte sono state pubblicate sulla rivista Nature. Il pianeta nano che estende i confini del Sistema Solare e ribattezzato amichevolmente Biden, ovvero il Vice Presidente Joseph R. Biden, ha una sigla 2012 VP113, ed è lontanissimo, circa 80 volte la distanza che separa Terra e Sole.
A scoprirlo sono stati due celebri cacciatori di pianeti come gli americani Chadwick Trujillo, dell'Osservatorio Gemini della Hawaii, e Scott Sheppard, della Canrgie Institution. Hanno definito il piccolo pianeta "un altro Sedna", riferendosi all'altro pianeta nano scoperto dieci anni fa ma distante "solo" 76 volte la distanza fra Terra e Sole. Secondo i due astronomi il nuovo pianeta proviene dalla nube di Oort, il luogo ai confini del Sistema Solare celebre per essere la "culla" delle comete. Dal 2006, a seguito della ridefinizione di "pianeta" operata a Praga dall'International Astronomical Union (IAU) a Praga, è stata introdotta la nuova classe dei pianeti nani.
Per Sheppard "la ricerca di questi oggetti lontani deve continuare, in quanto essi potrebbero dirci molto su come il nostro Sistema Solare si è formato ed evoluto". Secondo i due autori della ricerca 2012 VP113 e Sedna potrebbero non essere affatto casi isolati: potrebbero esistere circa 900 oggetti con orbite simili e con dimensioni superiori a 1000 chilometri, alcuni perfino confrontabili a Marte o alla Terra. È una giornata felice per lo studio del Sistema Solare", ha detto l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e coordinatore scientifico del Planetario di Roma.
"Sono due scoperte indipendenti, ma che insieme contribuiscono a dare una visione diversa della zona più esterna del Sistema Solare", ha aggiunto. La scoperta del primo asteroide con un sistema complesso di anelli è infatti altrettanto straordinaria della scoperta del nuovo pianeta nano ai confini del Sistema Solare. L'asteroide di chiama 10199 Chariklo ed è stato scoperto nel 1997, ma solo adesso un dispiegamento di telescopi esteso per un chilometro e mezzo e nuove telecamere hi-tech hanno permesso di scoprire i suoi anelli, "immortalandolo" mentre passava contro il disco di una stella.
Lo ha scoperto il gruppo dell'Osservatorio brasiliano di Rio de Janeiro coordinato da Felipe Braga-Ribas, che ha lavorato in collaborazione con l'americana Cornell University. L'asteroide Chariklo appartiene alla famiglia dei Centauri, gli asteroidi che si orbitano fra Giove e Nettuno anziché fra Marte e Giove, come fanno gli asteroidi più noti. I due anelli hanno un raggio di 391 e 405 km. Per avere risposte certe sull'origine di 2012 VP113 servirà però aspettare misure più accurate. Secondo Gianfranco Magni, il vero salto ci sarà con il lancio di James Webb il telescopio spaziale sviluppato per diventare il successore di Hubble.
Il Telescopio Spaziale James Webb (in inglese James Webb Space Telescope JWST) è un telescopio spaziale infrarosso costruito e gestito in cooperazione dalla NASA e dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA). Precedentemente indicato come Next Generation Space Telescope (o NGST), è stato rinominato nel 2002 in onore del secondo amministratore della NASA James E. Webb. Il lancio del telescopio è previsto per il 2014. JWST è dotato di sensori estremamente sensibili e la sua missione primaria sarà quella di esaminare il residuo a infrarossi del big bang, per poter determinare le condizioni iniziali di formazione dell'universo.
Fonte: Meteo Web
Via: INAF
Foto dal web
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Rosetta verso rendez vous con cometa 67P/Churyumov Gerasimenko
La sonda dell'Agenzia spaziale europea "Rosetta" è il primo veicolo spaziale della storia destinato, dopo un viaggio di 10 anni, ad atterrare su una cometa, la Churyumov-Gerasimenko, per studiarla da vicino. È una pietra miliare per l'esplorazione spaziale, come il primo volo di Gagarin o lo sbarco sulla Luna, ma questa volta la bandiera da piantare sarà italiana. Amalia Ercoli Finzi, del Politecnico di Milano, è la scienziata che ha ideato lo strumento destinato a trapanare la cometa.
Astronomia, modello spiega la longevità della Grande Macchia Rossa
Uno dei misteri più affascinanti del pianeta Giove è la sua Grande macchia rossa (GRS), la grande tempesta anticiclonica (abbastanza potente da inglobare la Terra e altri due pianeti simili) che durerebbe da centinaia di anni. La Grande macchia rossa simile a un uragano sulla Terra, ruota in senso antiorario e fa una rotazione completa ogni sei giorni terrestri. Ciò che si domandano i ricercatori è proprio perché la tempesta è ancora in atto, dato che avrebbe dovuto placarsi alcuni decenni dopo il suo inizio.
Pdram Hassanzadeh, un ricercatore di Harvard, e Philip Marcus, un professore della Berkeley, California, avrebbero sviluppato un modello per spiegare il mistero che da anni interroga la comunità scientifica, e lo presenteranno all’American Physical Society’s Division of Fluid Dynamics il prossimo 25 novembre. Molti processi creano vortici come la Macchia Rossa. Hassanzadeh ha spiegato che le turbolenze e le onde limitrofe alla Grande macchia rossa fiaccano l’energia dei suoi venti.
Il vortice perde molta energia anche dal calore radiante e, se non bastasse, la Macchia Rossa si trova tra due forti correnti a getto che scorrono in direzioni opposte. Tutto questo non l’ha fermata nel corso dei secoli, anzi. Alcuni ricercatori credono che sono proprio questi piccoli vortici ad alimentare la grande tempesta. “Alcuni modelli computerizzati hanno dimostrato che i grandi vortici sopravvivono più a lungo se sono circondati da altri di più piccole dimensioni, anche se questo non accade così spesso da poterne trarre una teoria”, ha spiegato Marcus.
I due ricercatori, allora, hanno sviluppato un nuovo modello per provare, sperano, la loro teoria una volta per tutte. I due esperti sostengono che è diverso dagli altri perché è a 3 dimensioni e ad altissima risoluzione e questo cambierebbe le carte in gioco. Molti modelli si concentrano solo sui venti orizzontali del vortice, dove risiede la maggior parte dell’energia. I vortici, però, hanno anche dei flussi verticali, ma questi hanno molta meno energia e, in passato, sono stati ignorati proprio per questo motivo.
Eppure il movimento verticale si rivela la chiave per la persistenza della Grande macchia rossa. Mentre il vortice perde energia, il flusso verticale trasporta gas caldi dall’alto e gas più freddi dal basso verso il centro, ripristinando parte della sua energia perduta. È come una batteria che si rigenera. Il modello prevede anche un flusso radiale, che risucchia venti dalle correnti esterne ad alta velocità verso il centro del vortice: questo porta moltissima energia nuova nel vortice che gli consente di durare più a lungo.
Non si sa esattamente che cosa causa il colore rossastro della Grande Macchia Rossa. La teoria più popolare, che è supportata da esperimenti di laboratorio, sostiene che il colore può essere causato da molecole complesse organiche, fosforo rosso, o altri composti solforati. Il GRS varia notevolmente in tinta, da quasi mattone a rosso pallido, salmone e bianco. Il 9 ottobre scorso, la sonda spaziale della NASA Juno ha effettuato il suo gravity assist della Terra, ricevendo così la spinta necessaria a raggiungere Giove nel 2016.
Via: INAF
Foto: NASA
Spazio: sonda Cassini della Nasa fotografa la Terra vista da Saturno
Nuove spettacolari foto che mostrano in primo piano Saturno, il 6° pianeta del Sistema solare. La NASA ha rilasciato una immagine del naturale colore di Saturno dallo spazio, il primo in cui Saturno, le lune e gli anelli, la Terra, Venere e Marte, sono tutti visibili. Il nuovo panoramico mosaico del maestoso sistema di Saturno ripreso dalla sonda Cassini della NASA, che mostra la visuale di come sarebbe vista da occhi umani, è stato presentato martedì scorso al Newseum di Washington.
Spazio, frammenti di asteroide ricco d'acqua fuori dal sistema solare
Poteva essere quello buono, ma ce lo siamo già giocato. Il pianeta, o i pianeti, che con tutta evidenza orbitavano attorno alla stella GD 61 avevano probabilmente tutte le caratteristiche che cerchiamo in un pianeta perché sia adatto a ospitare la vita: superficie rocciosa e abbondante presenza di acqua. Ma di quel pianeta, attorno a quella stella a 150 anni luce da noi, restano solo frammenti in forma di asteroidi. A individuarli, usando il telescopio spaziale Hubble, sono stati Jay Farihi dell’Università di Cambridge e i suoi colleghi, che raccontano la loro scoperta sull’ultimo numero di Science.
I ricercatori hanno studiato un disco di materiali attorno a GD 61, attualmente una nana bianca, ma che nei suoi giorni migliori doveva essere una stella di massa pari a tre volte il nostro Sole. I frammenti che compongono il disco, analizzati con lo spettrografo Cosmic Origins (COS), sono composti in abbondanza da magnesio, silicio e ferro, che assieme all’ossigeno sono i principali componenti dei pianeti rocciosi. Misurando la concentrazione relativa di questi elementi rispetto all’ossigeno, i ricercatori hanno però concluso che la presenza di quest’ultimo è ben più di quella giustificata dalla sola roccia.
Il resto dell’ossigeno deve venire da importanti quantità d’acqua di cui era fatto il pianeta (o i pianeti) che la morte della stella ha “sbriciolato”, creando il disco di detriti. Con tutta probabilità un pianeta di almeno 90 km di diametro (ma probabilmente molto più grande) che un tempo orbitava attorno alla stella, prima che questa iniziasse a morire e diventasse una nana bianca. Un pianeta roccioso che doveva essere composto per il 26 per cento di acqua, più o meno la percentuale che si trova su Cerere, uno dei più grandi asteroidi del Sistema solare, e molto maggiore di quella che si trova sulla Terra.
Finora le osservazioni astronomiche sui pianeti extrasolari hanno potuto misurarne solo la dimensione e la densità, ma non la composizione. Ulteriori osservazioni sono state ottenute con il grande specchio da 10 metri del WM Keck Observatory sul Mauna Kea alle Hawaii. La Terra è essenzialmente un pianeta "secco", la cui massa è composta d'acqua solo per lo 0,02 per cento. Così si pensa che gli oceani che ricoprono tanta parte della superficie siano il prodotto dello schianto di una miriade di asteroidi costituiti prevalentemente da ghiaccio d'acqua.
È la prima volta in assoluto che i due elementi chiave per un pianeta abitabile vengono trovati assieme a di fuori del nostro sistema solare. “Tutto questo supporta l’idea che la stella avesse in origine una schiera completa di pianeti terrestri, e probabilmente pianeti gassosi giganti. Un sistema complesso simile al nostro” spiega Fahriri. “Perché gli asteroidi passino abbastanza vicino alla nana bianca da essere frantumati e poi divorati da essa, la fascia degli asteroidi deve essere stata turbata da un oggetto massiccio come un pianeta gigante”, ha aggiunto Farihi.
È la prima volta in assoluto che i due elementi chiave per un pianeta abitabile vengono trovati assieme a di fuori del nostro sistema solare. “Tutto questo supporta l’idea che la stella avesse in origine una schiera completa di pianeti terrestri, e probabilmente pianeti gassosi giganti. Un sistema complesso simile al nostro” spiega Fahriri. “Perché gli asteroidi passino abbastanza vicino alla nana bianca da essere frantumati e poi divorati da essa, la fascia degli asteroidi deve essere stata turbata da un oggetto massiccio come un pianeta gigante”, ha aggiunto Farihi.
I pianeti giganti, peraltro, sono probabilmente ancora lì, anche se non li vediamo: solo la loro presenza può spiegare, da un punto di vista gravitazionale, come i corpi rocciosi minori siano stati spinti verso la stella fino a caderci sopra e trasformarsi in detriti. Da un altro punto di vista, questo studio è uno sguardo al futuro del nostro sistema solare. Anche il Sole finirà la sua vita in modo simile a GD 61. Tra sei miliardi di anni, più o meno, astronomi di altri pianeti potrebbero osservare un disco di detriti attorno a una stella morta e dedurre che un tempo lì dovesse esserci un pianeta abitabile, il nostro.
Astronomia, doppia stella sistema di Fomalhaut è in realtà una tripla
È la 18esima stella più brillante visibile nel nostro cielo notturno e una delle poche stelle a possedere un esteso disco circumstellare di gas e polveri. È la stella principale della costellazione del Pesce Australe e dista dalla Terra circa 25 anni luce. Parliamo di Fomalhaut, al centro di una recente e interessante scoperta.
Finora si è sempre pensato che Fomalhaut fosse una stella binaria, che si muove in coppia con la vicina stella TW Piscis Austrini, anche detta Fomalhaut B (da non confondere con Fomalhaut b, con la minuscola, che è invece un candidato esopianeta che sembra far parte del sistema). Adesso, alcuni ricercatori dell’Università di Rochester hanno dimostrato che in realtà si tratta di un sistema formato da tre stelle. In uno studio pubblicato su Astronomical Journal gli astronomi hanno provato che una stella vicina e molto più piccola è parte del sistema.
I ricercatori guidati da Eric Mamajel hanno dovuto lavorare non poco per trovare Fomalhaut C. “Ho notato questa terza stella circa due anni fa quando stavo studiando i movimenti delle stelle prossime a Fomalhaut per un’altra ricerca”, ha detto. “Ho dovuto comunque raccogliere ulteriori dati e unirli ad altre osservazioni per determinare le caratteristiche di questa stella”. Oltre a una serie di osservazioni mirate, gli studiosi hanno affermato che la scoperta è stata affidata anche al caso.
Quella che fino al quel momento era conosciuta come LP 876-10 si è rivelata poi, grazie al semplice calcolo della parallasse, parte del sistema di Fomalhaut. “Fomalhaut C appare piuttosto distante dalla stella più grande (Fomalhaut A) se si guarda nel cielo dalla Terra”, ha aggiunto Mamajek. Ci sono, infatti, circa 5,5 gradi tra le due stelle, ed è per questo che finora non era mai stato ipotizzato un legame fra le due.
È molto probabile, inoltre, che le due stelle si muovano all’unisono. “Fomalhaut A è una stella di grande massa, due volte la massa del Sole, e quindi può esercitare abbastanza forza gravitazionale per tenere legata a sé questa piccola che pure è 158mila volte più distante da lei di quanto la Terra disti dal Sole”. Molte delle osservazioni sono state realizzate grazie al telescopio SMARTS da 0,9 metri al Cerro Tololo in Cile.
Ci sono altri 11 sitemi stellari multipli molto più vicini al Sole rispetto a Fomalhaut, come ad esempio Alpha Centauri, ma quello analizzato da Mamajek è il più grande e massiccio mai studiato finora. Uno dei misteri che da sempre hanno affascinato gli studiosi di questo sistema stellare è il disco circumstellare di gas e polveri che lo circonda, molto simile a quello degli esopianeti. Nel 2006 Alice C. Quillen, collega di Mamajek, ha predetto l’esistenza di un pianeta nelle vicinanze di Fomalhaut, studiando i detriti nel disco e la sua orbita.
Ma restano molti dubbi: Fomalhaut b, il pianete in questione, avrebbe infatti un’orbita molto eccentrica alla sua stella e anche i detriti non sembrano essere centrati rispetto a Fomalhaut A. Tutto questo, probabilmente, a causa dell’effetto delle orbite delle tre stelle. Mentre Fomalhaut C è una nana rossa - il tipo più comune di stelle nell’universo - Fomalhaut B è una nana arancione di circa tre quarti la massa del nostro Sole. L’età del trio è di circa 440 milioni anni - circa un decimo dell’età del nostro sistema solare.
Altri collaboratori che hanno lavorato a questo documento includono Jennifer Bartlett, ora allo US Naval Observatory che ha pubblicato una distanza preliminare della staella nel sua tesi del dottorato di ricerca, e Matt Kenworthy, dell'Osservatorio di Leiden, che ha misurato il periodo di rotazione, dimostrando che Fomalhaut C ha una rotazione molto veloce. Per ulteriori informazioni e un link allo studio, visitare la pagina The Solar Neighborhood XXX: Fomalhaut C
Fonte: INAF
Via: Rochester University
Sardinia Radio Telescope, inaugurato telescopio più grande d'Europa
Alto come un palazzo di 20 piani ma con un diametro di 64 metri. Ecco SRT, il Sardinia Radio Telescope, il più moderno e il più performante radiotelescopio europeo, che INAF ha inaugurato lunedì a San Basilio, a nord di Cagliari. E’ fatto con 3.000 tonnellate di acciaio, diecimila saldature, tolleranze di frazioni di millimetro: una specie di incrociatore che deve puntare con la precisione di un microscopio e ruotare meglio di un orologio svizzero. Una sfida incredibile, durata molti anni e alla fine vinta da INAF, ASI e Regione Sardegna, insieme con un pool di industrie italiane ed europee.
SRT guarderà il cielo profondo, cercando oggetti lontanissimi, mai visti prima, per capire come è nato l’Universo o almeno se, quando era ancora molto giovane, avesse già fatto stelle e galassie. L’Universo giovane e perciò lontano è ancora un mistero per l’astronomia, eppure dobbiamo decifrarlo: nell’Universo appena nato c’era già scritta tutta la nostra storia. Nel nostro vicinato galattico, invece, si aggirano i misteriosi pulsar e magnetar.
Sono resti di stelle morte, densissimi, in rapida rotazione e con enormi campi magnetici, i più alti dell’Universo. Sono la miglior palestra per mettere alla prova la fisica che conosciamo, a partire dal vangelo secondo Einstein, e per fortuna SRT potrà studiare anche questi oggetti come mai nessuno ha fatto. Per di più, SRT è inserito in una rete mondiale di radiotelescopi, capaci di portare il cielo sulla Terra, e di legare i due insieme. Sincronizzate fra di loro, queste grandi antenne al suolo possono puntare insieme su uno stesso oggetto, lontanissimo ed immobile.
Anche se sembra incredibile, in questo modo il sistema diventa capace di vedere come si spostano le antenne, ed il terreno dove sono incementate, le une rispetto alle altre. Si può così misurare accuratamente la deriva dei continenti sulla Terra: per esempio, si vede che l’Africa sbatte contro l’Europa alla velocità alla quale crescono le unghie di un neonato. Ma una grande antenna, oggi la migliore in Europa, fa gola anche alle Agenzie spaziali, come ESA e NASA, che hanno oggi e lanceranno domani sonde planetarie lontanissime.
Dai satelliti in orbita intorno a Marte, a quelli che stanno per arrivare alle lune di Giove, a quelli che andranno al di là dei confini del sistema solare, arrivano segnali sempre deboli ma fondamentali per capire il nostro sistema solare. SRT è previsto anche per questo scopo di servizio, e anche per questo ASI partecipa al progetto. INAF ha già offerto SRT al grande pubblico, con un progetto molto speciale: si tratta di scrivere ad ET, o almeno mandargli un saluto. Sappiamo che molte delle stelle vicino a noi hanno pianeti, alcuni dei quali sono abitabili (se non abitati…).
Con SRT possiamo lanciare dei segnali, mirati accuratamente alle singole stelle, e sperare che gli ET locali sappiano ascoltarli. Devono essere brevi: inventiamo il twitter spaziale. Abbiamo già molti candidati. Eccone uno, per epsilon Eridani, di autore che teniamo segreto: “La Terra è un pianeta bellissimo, ma abitato dall’UOMO, il quale, sebbene dotato di Divina intelligenza, è spesso cieco, avido e stupido e sta sconsideratamente depredando il mondo sino alla distruzione. PER FAVORE, AIUTO !!!”. L’originale è anche in inglese, perché l’autore non sa che lingua parlino su epsilon Eridani.
Voyager 1 lascia il Sistema solare ed entra nello spazio interstellare
Dopo molti falsi allarmi e rinvii, finalmente il momento tanto atteso è arrivato. La navicella della NASA Voyager 1 è ufficialmente il primo veicolo umano a entrare nello spazio interstellare. La sonda, che ha spento ormai la 36esima candelina, si trova a circa 19 miliardi di chilometri dal Sole. I nuovi dati appena pubblicati da Science rivelano che Voyager 1 ha viaggiato per circa un anno nel plasma e nel gas ionizzato, presente nello spazio tra le stelle. La sonda fu lanciata nell'ambito del Programma Voyager della Nasa il 5 settembre 1977 da Cape Canaveral insieme alla sua sonda gemella Voyager 2.
La notizia era stata già annunciata varie volte, ma ora la conferma è definitiva. Ed Stone, il progettista dell’Institute of Technology di Pasadena in California ha detto: "È la prima volta che il genere umano è uscito al di fuori della culla del Sistema solare per esplorare la galassia". Voyager 1 ha oltrepassato quindi la cosiddetta "bolla solare", la regione di particelle cariche che circonda il Sole, ben oltre le orbite dei pianeti, entrando in una zona di transizione. Voyager 1 viaggia a 45 chilometri al secondo e, secondo gli scienziati, dovranno passare circa altri 40mila anni prima che incontri un'altra stella.
Secondo la Nasa, Voyager 1 ha varcato quel confine più o meno il 25 agosto: è questa la prima volta che l’agenzia spaziale statunitense annuncia lo storico transito anche se in passato altri esperti avevano ipotizzato che fosse avvenuto. Già nel giugno scorso la navicella avrebbe dovuto trovarsi al di fuori del sistema solare, invece si trovava in una zona finora non prevista, chiamata "heliosheath depletion region", in cui si sente ancora il campo magnetico solare. La navicella non è dotata di sensori che misurano fisicamente la densità del plasma, quindi gli scienziati hanno usato un metodo diverso per capire dove realmente si trovasse.
Un’eruzione solare nel marzo del 2012 ha fornito i dati necessari. L’energia sprigionata dal Sole è arrivata a Voyager 1 13 mesi dopo, nell’aprile del 2013, quando il plasma attorno alla navicella ha cominciato a vibrare notevolmente. Le oscillazioni sono state come una manna dal cielo per i ricercatori, perché significa che la navicella era immersa nel plasma 40 volte più denso di quello che avevano incontrato nello strato esterno della eliosfera. Una densità di questo tipo è prevedibile anche nello spazio interstellare.
Il segnale emesso da Voyager è molto debole: solo 23 watt, quasi quanto un lampadina da frigorifero. Impiega 17 ore circa a raggiungere la Terra e, data la grande distanza, arriva ridotto a una frazione di un miliardo di watt: per riceverlo si utilizzano una serie di antenne che hanno un diametro che varia dai 34 ai 70 metri. All’interno del modulo spaziale c’è un disco per grammofono dorato, il "Voyager Golden Record", che conserva suoni e immagini della nostra Terra a testimonianza delle diverse culture e forme di vita del nostro Pianeta. Al momento la sonda si trova a circa 19 miliardi di km dalla Terra.
Foto: NASA
Astronomia, campo magnetico del Sole sta invertendo la sua polarità
Il Sole sta per invertire i poli del proprio campo magnetico, un evento periodico che ha ripercussioni sul campo magnetico interplanetario. L’annuncio è venuto dalla NASA, più precisamente da alcuni scienziati dell’Agenzia Spaziale Americana che lavorano alla Stanford University. L’evento avviene all’incirca ogni 11 anni, nel mezzo di un ciclo solare completo e fa parte del suo ciclo naturale. Ovviamente questo non basta a giustificare che la sua periodicità non produce nessun effetto catastrofico sul nostro pianeta.
Todd Hoeksema è il direttore del Wilcox Solar Observatory (WSO) di Stanford, uno dei pochi osservatori al mondo che controllano i campi magnetici polari del sole. “Sembra manchino meno di 3-4 mesi da un completo rovesciamento del campo” dice il fisico solare Todd Hoeksema “e questo avrà degli effetti di onda attraverso il Sistema Solare”. I poli sono un araldo di cambiamento. Così come gli scienziati della Terra guardano le regioni polari del nostro pianeta per i segni del cambiamento climatico, i fisici solari fanno la stessa cosa per il Sole.
I magnetogrammi a Wilcox tracciano il magnetismo polare del Sole dal 1976, e hanno registrato tre grandi capovolgimenti-con un quarto in vista. Astronomi dell'osservatorio solare di Wilcox monitorano il campo magnetico globale del Sole su una base quotidiana. Il fisico solare Phil Scherrer, anche a Stanford, descrive che cosa succede: "I campi magnetici polari del Sole si indeboliscono, vanno a zero, per poi riemergere con la polarità opposta. Questa è una parte normale del ciclo solare". Una inversione del campo magnetico del sole è, letteralmente, un grande evento.
Il dominio di influenza magnetica del sole (noto anche come il "eliosfera") si estende miliardi di chilometri al di là di Plutone. I cambiamenti nella polarità del campo magnetico si propagano fino alle sonde Voyager, sulla soglia dello spazio interstellare. Quando i fisici solari parlano di inversione del campo magnetico, la loro conversazione si accentra sul cosiddetto “current sheet” (foglio di corrente), una superficie spianata che si protende verso l’esterno dall’equatore solare, allorché la rotazione lenta del campo magnetico solare induce una corrente elettrica.
Questa corrente è in verità molto piccola, un diecimiliardesimo di ampere per metro quadro (0,0000000001 ampere/m2 ), ma ce n’è parecchia: questo amperaggio scorre attraverso una regione spessa 10000 km e larga miliardi di km. In termini elettrici, l’intera eliosfera è organizzata intorno a questo enorme foglio. Durante le inversioni di campo, il foglio corrente diventa molto ondulato. Scherrer paragona le ondulazioni alle cuciture di una palla da baseball.
Come la Terra orbita attorno al Sole, noi entriamo e usciamo da questo foglio di corrente: transizioni da una parte all’altra possono scatenare un tempo spaziale nuvoloso attorno al nostro pianeta. Anche i raggi cosmici ne sono interessati. Si tratta di particelle ad alta energia accelerati quasi alla velocità della luce da esplosioni di supernove e altri eventi violenti nella galassia. I raggi cosmici sono un pericolo per gli astronauti e sonde spaziali, e alcuni ricercatori dicono che potrebbero influenzare la nuvolosità e il clima della Terra.
Il foglio corrente agisce come una barriera ai raggi cosmici, deviandoli nel tentativo di penetrare il Sistema Solare interno. Un foglio ondoso e increspato agisce come una migliore barriera contro queste particelle energetiche provenienti dagli spazi siderali. “Si tratta di un evento fisiologico, non patologico”. È con questo concetto che il fisico solare Mauro Messerotti, dell’INAF - Osservatorio Astronomico di Trieste, interpellato dalla trasmissione Start di Radio 1, ha spiegato la ciclicità del fenomeno e che gli eventi ad esso collegati non saranno catastrofici.
“Possiamo immaginare il Sole come una barretta magnetica, con i due poli agli estremi che venga lentamente girata di 180 gradi - ha detto lo scienziato rispondendo alle domande della conduttrice Annalisa Manduca - e non è evento occasionale ma avviene ogni 11 anni circa. Dal momento della sua nascita il Sole ha già compiuto 418 milioni di cicli, e solo a 24 di questi abbiamo potuto studiare, il che fa comprendere quanto poco ancora conosciamo della nostra stella”.
Messerotti ha poi spiegato come questo processo di inversione sia piuttosto lento e che attualmente si è completato nell’emisfero Nord, mentre per quello Sud ci vorrà ancora qualche mese, e dipende dal movimento del plasma solare dalle regioni dove ci sono le macchie agli emisferi. “Sebbene questo processo influenzi il campo magnetico interplanetario, questo non comporta nessun evento catastrofico per il nostro o altri pianeti, perché siamo di fronte ad un processo fisiologico del nostro sistema solare e non patologico” sottolinea il ricercatore dell’INAF, docente di fisica solare all’Università di Trieste.
“Anche il nostro pianeta - conclude Messerotti - ha registrato cambi di polarizzazione nel corso della sua storia, ogni milione di anni circa, a significare che tale processo appartiene al comportamento fisiologico dei corpi celesti dotati di campo magnetico”. Con l’avvicinarsi dell’inversione della polarità, i dati dell’Osservatorio Wilcox mostrano che i due emisferi solari non sono più sincronizzati: “Il Polo Nord Solare ha già cambiato segno, mentre quello meridionale deve ancora raggiungere questo valore nullo, per oltrepassarlo” afferma Sherrer “Ma presto i due Poli subiranno entrambi l’inversione e si avrà l’inizio della seconda parte del ciclo solare”.
Fonte: NASA
Astronomia: telescopio Hubble scopre quattordicesima luna di Nettuno
Era sfuggita alla sonda NASA Voyager 2, che nel 1989 aveva ripreso da vicino il sistema di anelli e di lune del lontano pianeta Nettuno. Ed era sfuggita anche alle indagini che avevano portato tra il 2002 e il 2003 a individuare cinque ulteriori satelliti minori del gigante blu-verde, oltre agli otto già conosciuti. Ora, grazie a immagini riprese in passato dal telescopio spaziale Hubble, è stato scoperto un nuovo corpo orbitante attorno al pianeta, denominato S/2004 N 1.
Con un diametro massimo tra i 19 e i 20 chilometri, è la più piccola tra le lune di Nettuno, il cui numero complessivo sale così a quattordici. La nuova luna è stata scoperta da Mark Showalter del SETI Institute a Mountain View, in California, mentre studiava i deboli archi di anello, una distribuzione irregolare di materia attorno al pianeta la cui origine non è ancora stata del tutto spiegata.
“Le lune e gli archi orbitano molto velocemente, per cui dovevamo ideare un metodo per seguire il loro moto e descrivere così il sistema in dettaglio,” spiega Showalter. “È lo stesso motivo per cui un fotografo sportivo segue con la fotocamera il movimento di un atleta in corsa: al momento dello scatto l’atleta resterà a fuoco, anche se lo sfondo risulterà mosso.”
“Le lune e gli archi orbitano molto velocemente, per cui dovevamo ideare un metodo per seguire il loro moto e descrivere così il sistema in dettaglio,” spiega Showalter. “È lo stesso motivo per cui un fotografo sportivo segue con la fotocamera il movimento di un atleta in corsa: al momento dello scatto l’atleta resterà a fuoco, anche se lo sfondo risulterà mosso.”
Per trovare un punto di riferimento, Showalter ha esteso la sua ricerca molto oltre il sistema di anelli, scovando in un’immagine ripresa da Hubble un puntino bianco abbastanza evidente situato a oltre 100.000 chilometri da Nettuno, tra le orbite delle lune Larissa e Proteo. Il ricercatore ha in seguito analizzato oltre 150 fotografie di Nettuno ottenute da Hubble tra il 2004 e il 2009, dove lo stesso puntino bianco compariva più e più volte.
Showalter ha potuto in questo modo calcolare un’orbita circolare per la nuova luna, che risulta compiere una rivoluzione completa attorno a Nettuno ogni 23 ore. Come abbiamo detto, la designazione provvisoria della nuova luna è S/2004 N 1, e resterà tale fino a quando l’Unione Astronomica Internazionale non sceglierà un nuovo nome, attingendolo presumibilmente dal pantheon delle antiche divinità marine, come è stato fatto finora.
Molte delle lune che vediamo oggi orbitare attorno al pianeta si sono probabilmente formate dopo che Tritone, la più grande, si è stabilizzata nella sua inusuale orbita retrograda rispetto a Nettuno. Di dimensioni vicine a quella della nostra Luna, Tritone può essere un pianeta nano ghiacciato proveniente dalla fascia di Kuiper ai bordi estremi del Sistema Solare, catturato dalla gravità di Nettuno. Questa cattura ha con ogni probabilità mandato in frantumi il sistema di satelliti che Nettuno poteva eventualmente già possedere.
Fonte: INAF
Foto credit: NASA
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